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Era un palcoscenico illuminato di luce propria, quello di Shelly (Pamela Anderson); una galassia scintillante fatta di calore e desiderio, adesso trasformatasi in suolo freddo e glaciale. Dopotutto, quello di The Last Showgirl non è un teatro impegnato, ma uno spettacolo burlesque; una giostra di lustrini che non accecano più, frammentata in sorrisi che si stemperano e di occhi che si rabboniscono. Il celebre spettacolo Razzle Dazzle è ormai un microcosmo minacciato dall’avanzare di un’ombra del fallimento pronta a varcare la soglia del proscenio. E così Shelly, fulgida stella di uno show effimero, vede spegnersi quella sua profonda brillantezza, perché non più giovane, perché imprigionata in uno spettacolo reiterato per troppo tempo e adesso pronto a calare il sipario per sempre.

The Last Showgirl
Pamela Anderson nei panni di Shelly

Ultimo canto di un cigno chiamato a compiere il suo inchino finale, The Last Showgirl sfrutta appieno il concetto di paradosso: per un’opera, cioè, orientata al racconto di donne che sul proprio corpo hanno basato un’intera carriera, la macchina da presa di Gia Coppola (Mainstream) non indugia mai sul fisico delle sue protagoniste. Ai campi lunghi, la regista preferisce, cioè, i primi piani. Sono sguardi intimi, i suoi, atti a cogliere ogni sfumatura emotiva di chi è abituata a nascondersi dietro il movimento sensuale di un corpo svelato e (s)vestito di costumi succinti. Non più oggetto passivo da concedersi allo sguardo altrui, ora Shelly è mente pensante, agente attivo e soggetto pronto a decidere del proprio destino. Un ribaltamento che la regista non solo compie con la forza di ritratti compiuti su inquadrature ristrette, ma anche grazie alla performance dolce, fragile, sensibile, di una Pamela Anderson che in questo ruolo incontra un doppio simbiotico in cui ritrovarsi e immedesimarsi.

Come la sua Shelly, la Anderson ha passato gli anni a mostrarsi nel ruolo di orpello da osservare, frutto del peccato da desiderare. Era un corpo; poco importava la sostanza. Grazie a Gia Coppola l’attrice dimostra, invece, quella sensibilità così tante, troppe, volte soffocata sotto strati di trucco, corse sensuali, o pose ammiccanti. Non è un caso, allora, se spesso la sua protagonista si mostra nuda non tanto fisicamente, quanto interiormente: il volto privo di make-up è la metafora perfetta di quell’intenzione di rivelarsi al naturale, senza decorativismi inutili. È l’imperfezione dell’essere umano adesso, e non più il perfetto contenitore di carne e curve che lo incapsula, a catturare lo sguardo cinematografico della regista.

The Last Showgirl
Pamela Anderson in una scena di The Last Showgirl

Dopotutto, che la luce della ribalta sia solo un mero accessorio, incapace di illuminare un corpo ormai messo in ombra dal tempo che passa, è un fattore che la direttrice della fotografia, Autumn Durald, esplicita con fare netto e chiaro: solo ammantando la sua pellicola di 16mm con colori desaturati e una patina granulosa, la Durald rimanda con malinconica nostalgia alla fine dei giochi e alla messa in bando dei lustrini.

Accompagnando lo spettatore fra i crepacci profondi di un’ordinarietà minata da un già precario, principio di realtà, con The Last Showgirl Gia Coppola scrive un saggio di commovente introspezione. Lo fa affidandosi alla semplicità di un linguaggio ordinario, quotidiano, umile. Un linguaggio che non si esime dall’impiego di parolacce, o di sospesi silenzi, entro i quali confidare pensieri dolorosi, e timori pesanti come macigni. Figura materna per le proprie giovani colleghe, e madre assente per una figlia sentitasi invisibile, Shelly tenta di uscire da quel guscio che la trattiene per aprire finalmente quella conchiglia che fa da radice al suo nome (“shell”) e mostrarsi così sotto forma di madreperla. Il suo è un costante tentativo di porre a compimento  quell’emancipazione per troppe volte rimandata, eppure così tanto agognata. Uno slancio personale che rischia di bloccarsi in un’ulteriore stasi, rendendola non più protagonista della propria storia, ma eterna comparsa. Una messa in pausa che ricorda tante eroine di Sofia Coppola (zia di Gia) e che in The Last Showgirl permette di delineare con più forza il comparto umano dell’opera, tralasciando il superfluo, l’accessorio, e lo stesso leggendario show Razzle Dazzle, ai confini del fuori campo.

Proprio perché giocato su un equilibrio costante tra ambizione, rivendicazione personale e porte sbattute in faccia, The Last Showgirl non eccede mai, vivendo piuttosto su una modestia costante. Non urla, ma sospira; non balla ma cammina sulle punte. Non sarà un film che rivoluzionerà il cinema hollywoodiano, The Last Showgirl, ma riuscirà comunque a lasciare una propria impronta nei meandri di un discorso sempre più pregnante atto a denunciare – anche con mezzi limitati e giocando in sottrazione – il mondo dilaniante e sabotante dello showbiz americano.

Se un altro film come The Substance vomita con ferocia l’ossessione femminile per l’eterna giovinezza, The Last Showgirl non ha paura di rivelare l’angoscia che pervade chi ha offerto tutto (anima compresa) al proprio lavoro di showgirl, mentre il rintocco delle lancette avvicina sempre più la loro data di scadenza.

Non sarà l’ultima showgirl al mondo Shelly, ma di certo non intende essere l’ultima  di qualcosa. E allora, se non brilleranno i suoi vestiti, e la luce della ribalta non le illuminerà più il viso, saranno i suoi occhi a scintillare di speranza, continuando a danzare sul palcoscenico della vita.

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