Recensioni

La prima cosa che salta all’orecchio in Trojan dei Ghost Horse è la profondità di campo scelta dalla band per inquadrare queste 8 tracce in bilico tra jazz, funk e psichedelia: è un orizzonte ampio ma notturno, a tratti quasi onirico, reso appieno dal missaggio e dai riverberi scelti per dare risalto al materiale. Una ricerca sui suoni e sui timbri che purtroppo è sempre meno frequente nel rock – la dinamica, questa strana bestia di cui ci siamo praticamente dimenticati… – ma che il mondo del jazz difende a spada tratta. Poi c’è la potenza di fuoco che il disco sviluppa: i quasi otto minuti di un brano come la title track, ad esempio, sono un biglietto da visita esemplare per un discorso sonoro articolato e che sborda volentieri sulla dissonanza o su certi passaggi cacofonici che ricordano marginalmente la produzione di John Zorn o dei Lounge Lizards, pur non dimenticando mai di farsi “crescendo orchestrale” ben finalizzato.
I Ghost Horse sono un’implementazione degli Hobby Horse di cui scrivemmo in termini positivi l’anno scorso e comprendono Dan Kinzelman al sax tenore e al clarinetto basso, Filippo Vignato al trombone, Gabrio Baldacci alla chitarra baritona, Joe Rehmer al basso elettrico, Stefano Tamborrino alla batteria e Glauco Benedetti all’eufonio e alla tuba – tuba, tra l’altro, riportata agli onori delle cronache di recente anche dai Sons Of Kemet, ma qui usata in una accezione più ambient (la bellissima Il bisonte) che ritmica. Musicisti assai esperti e per nulla timorosi nell’intrecciare relazioni pericolose tra generi e strumenti, ma anche perfettamente calati in un futurismo personale e indagato con coraggio, pattern dopo pattern. Per analogia procedurale vengono in mente gli Animation di Bob Belden, ma i Ghost Horse sono altrettanto bravi a sviluppare una narrativa peculiare che non si perde in inutili preamboli, lavorando invece di fino sulla sostenibilità delle idee, ad esempio in una lisergica Dancing Rabbit o nella crepuscolare Forest For The Trees (con una chiusa praticamente noise).
Un ottimo disco d’esordio, insomma, avvincente senza suonare pretenzioso anche quando è votato all’avant (una eterea Pyre che diventa una sorta di no wave espansa), e che piacerà anche a chi solitamente non ha una grande familiarità col jazz più ortodosso. Pubblica Auand, ormai una garanzia per certe ibridazioni.
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