Recensioni

I poteri ultra terrestri della provincia cronica tornano a mostrarsi in tutto il loro vigore: è una calda serata di inizio maggio quando un locale, anzi un circolo Arci, di quelli come si pensavano una volta, offre qualcosa di unico, uno spettacolo sonoro che ha toccato città europee e locali leggendari come il Café OTO. Lo spirito di un tempo lontano, lo studio appassionato di un genere che è anche approccio alla vita sghemba: il vangelo segreto dei cavalieri John Greaves e Annie Barbazza sbarca live al Backdoor di Castelfranco di Sotto. Non si capisce se è tutto vero o solo un abbaglio. Poi il pubblico inizia a palesarsi, le voci a diventare una babele indistinta, fra sigarette fumate di fretta e abbracci fraterni, finché le luci iniziano a svanire per lasciare spazio alla magia.
John Greaves, uno dei fondatori del jazz prog colto inglese – che oltre agli Henry Cow, ha suonato con National Health, Peter Belgvad, collaborato con Robert Wyatt, Carla Bley e Brian Eno – da un po’ di anni ha stretto un sodalizio fortunatissimo con la voce e il genio di Annie Barbazza, polistrumentista regina dell’avant-prog internazionale, scoperta da Greg Lake e collaboratrice di numerosi artisti del prog contemporaneo. Dopo vari tour in giro per il mondo, con spettacoli che sembrano arazzi cuciti a mano e uniscono poesia e musica, dopo un tributo prezioso a Robert Wyatt con Folly Bololey: Songs From Robert Wyatt’s Rock Bottom, nell’occasione del concerto toscano, il duo propone quasi interamente il repertorio di Earthly Powers, già album live pubblicato nel 2023. Greaves accarezza i tasti del piano a coda con la padronanza di un maestro nel momento del riposo, il suono oscilla fra trame dense e sincopate; è qui che la voce potentissima, quasi lirica di Barbazza sposa alla perfezione gli arrangiamenti pianistici molto sobri ma sostanziali di Greaves, la cui vocalità solenne e corposa ricorda l’incanto di un’invocazione ultraterrena.
Canzoni in perfetto bilico tra il gusto armonico del primo prog, folk neoclassico, echi di Canterbury, classicismi, jazz, avanguardia: questo è un spettacolo unico, e questo è il motivo per cui concerti come questo necessitano di spazi particolari, forse più ostici ma granitici nel mantenere la loro fedeltà a una casa del popolo che oltre al gioco delle carte e alle sagre di contrada permette la rivoluzione intimissima dei piccoli miracoli. Qualcosa impossibile da pensare all’interno dei grandi giri, delle venue alla moda. Qui si respira un’indipendenza di fatto che passa dalle sedie di plastica, dal palco che è più dentro che sopra il pubblico, dalla ricerca meticolosa e appassionata di chi predilige la qualità dell’offerta alla quantità della vendita. Senza pose, e senza poser.
Assistiamo a un live di straordinaria bellezza e grazia interiore, destinato a diventare un classico esempio di cosa significhi rielaborare, attualizzando istanze e messaggi di epoche lontane; tradurre il modello sonoro figlio del substrato canterburiano poteva rivelarsi rischioso e cacofonico ma la prova portata avanti da Greaves e Barbazza dimostra quanto, in realtà, i due si siano spinti altrove, con nuove partiture che intersecano la canzone d’autore più nobile con improvvisazioni di rara densità emotiva. Le geometrie del passato si sciolgono nella poetica visionaria di composizioni come la dissonante 22 Proverbs o nel surrealismo stratificato di In Hell’s Despite, che concedono al concetto stesso di “prog” una formula propria e contemporanea, ovvero nell’indagare il passo in avanti, sorgendo (prog)rammaticamente nell’intento insolito di (prog)rammarsi al futuro.
Se l’interpretazione di Barbazza è sempre diretta e di una chiarezza accattivante, ad agire come contrappunto è la voce più idiosincratica e immediatamente riconoscibile di Greaves, la cui capacità compositiva ci ricorda quanto la sua musica funzioni divinamente non solo con arrangiamenti complessi, ma anche in un semplice duetto. La voce di Greaves, 76 primavere, è invecchiata con l’eleganza della friabilità, lasciandosi supportare da quella intensa e versatile di Barbazza che lungi dall’essere una semplice seconda voce, racconta quanto anche quel suo modo di portare la parola cantata sia uno strumento a parte. E c’è anche lo spazio per dedicarsi al tributo della musica d’altri: accanto a una solidissima interpretazione solista al pianoforte di God Song (affranta e sardonica preghiera a Dio, direttamente dal secondo album dei Matching Mole, con Brian Eno e prodotto da Robert Fripp), Greaves sfoggia un commovente animo da troubadour cantando, assieme a Barbazza, Avalanche di Leonard Cohen. Se il brano di Wyatt riesce a muoversi fra splendide melodie oblique e incantevoli intrecci vocali, quello di Cohen, da plumbeo e dannato, diventa un’elegia tremante e nostalgica, priva di quel rancore terrificante che aveva la versione originale del bardo di Montréal.
John Greaves disegna un’estetica quasi neoclassica grazie a note di pianoforte che si assottigliano sempre più, fino a svanire nell’etere di una sala concerti di provincia. Tra ballad jazzate, racconti cantautorali e ricordi dolceamari di un passato lontano, il duo formato dalla leggenda vivente e dalla talentuosissima Barbazza regala una serata in cui epoche molto distanti fra loro riescono a dialogare con grazia infinita, in un mondo sonoro originale, ricco di fragilità e bellezza.
Il candore implacabile del suono generato dal duo solca svariate ombre tra sperimentazione, rivisitazione e senso di sfida nell’ottica della classica costruzione della canzone d’autore: che splendente felicità ritrovare brani immortali come il respiro prodigioso sui cui si muove Alifib, qui impeccabile e gloriosa chiusura di concerto, con un arrangiamento nudo e vibrante, che rende palpabile non solo l’emozione in sala, ma anche l’intensità del trasporto dei due musicisti; Greaves e Barbazza dimostrano quanto la connessione con la nostalgia sia qualcosa che si mescola alla voglia di scoprire e suonare nuovi mondi. L’entusiasmante ascolto di gemme preziose e senza tempo conferma così come la nostalgia per il passato spesso ci conduca alla vaga effimera brama di oggetti effimeri: se non possiamo riavere gli anni Settanta, possiamo costruire una vita fatta di cose che ci diano la sensazione di trasportarci in quel periodo. E a volte varcare la soglia di una casa del popolo, costruita nel 1965, mattone dopo mattone, iscritto dopo iscritto, è sufficiente per impadronirsi di un pezzo del proprio passato o del proprio futuro, chi può dirlo.
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