Recensioni

Quel We Have Dozens Of Titles fa sperare ma probabilmente dopo questo recupero sarà difficile ascoltare nuova musica dei Gastr Del Sol, formazione mutevole i cui due perni fondanti hanno da tempo intrapreso carriere e percorsi diversi. Sia come sia accontentiamoci di questa “dozen” di titoli che pescano un po’ qua e un po’ là dagli inediti, live (ben cinque) come in studio, della formazione di Jim O’Rourke e David Grubbs nel periodo compreso tra il 1993 e il 1998.
Accompagnati a vario titolo da uno stuolo di collaboratori in alcune delle tracce del disco (Jeb Bishop al trombone, Bundy K. Brown al basso e alla chitarra, Steve Butters alle percussioni, Gene Coleman al clarinetto basso, Thymme Jones alla trombra, Terri Kapsalis al violino, John McEntire alla batteria e al synth, Günter Müller alle percussioni, Bob Weston alla tromba e Sue Wolf al violino, quasi tutti coinvolti nell’ensemble presente nella fluviale suite The Harp Factory On Lake Street), i due, riesumando dagli archivi queste composizioni, ci ricordano perché siano stati una delle esperienze più significative e segnanti dell’ampio orizzonte post-rock. Ovvero, quando gli “scarti” dei campioni superano in scioltezza i capolavori degli epigoni.
L’ossessivo procedere per sottrazione (il piano evanescente della prima parte di Quietly Approaching o quello da minimal-contemporanea di The Bells Of St. Mary’s) unito alla predominanza ipnotica della ripetizione e della circolarità (la versione live di The Season Reverse, molto più essiccata della sua versione su disco, o quella in modalità fingerpicking di Dictionary Of Handwriting) sono i due perni intorno a cui sembrano ruotare queste composizioni (e sì, pure gran parte dell’universo GdS) e ci dicono di un gusto particolare per l’assenza, una predilezione per il vuoto, per un vuoto che conta tanto quanto il pieno così come il silenzio è a tutti gli effetti suono e la riduzione una forma per comunicare la dissolutezza musicale che il post-rock, almeno certo post-rock, ambiva a sottolineare.
Gli otto minuti abbondanti di Dead Cats On A Foghorn (field recordings, una distesa sonora quasi ambient, un arpeggiare di chitarra flebile e distante) e le orchestrazioni libere e haunted della suite The Harp Factory On Lake Street vanno in questa direzione, ovvero mettere su pentagramma una sorta di piccolo (grande) manifesto di ciò che c’era non dopo il rock, ma dietro, sotto, al lato del rock, nelle sue zone non di comfort, negli interstizi. Ecco, forse è questa la cosa migliore da dire: la loro è/fu/sarà musica per interstizi, roba liminale, come si usa tanto dire oggi, ovvero pensata e fatta per stare sulla soglia della percezione, in quell’interregno tra presenza e assenza. Questo sta alla base dell’esperienza Gastr Del Sol. Unica, irripetibile (?), fantasmatica eppure pregna di senso e di significati e significanti.
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