Recensioni

7.1

Francamente? Potremmo liquidare questo nuovo lavoro di Wolfgang Voigt aka GAS come l’ennesimo, massiccio, noioso compendio di droning e loop ritmici, a fare da esoscheletro al consueto sciabordare lontano di orchestre fantasma. Der Lange Marsch è tutto questo? Sì. Non c’è alcun dubbio, ma è sulle infinitesimali variazioni, sulle sfumature, sui dettagli minuscoli che si è sempre sviluppato il progetto di Voigt, in corso ormai da un quarto di secolo.

I dettagli, allora. Avevamo lasciato il Nostro tre anni fa, con quel Rausch pensato e realizzato come un unico flusso sonoro, ininterrotto, di due ore. Avvitamenti tra una techno primitiva e al contempo industriale che attraversavano foreste spettrali e lisergiche, tra le cui fronde si facevano forse vivi come mai prima i campionamenti orchestrali, che pure da sempre sono nelle trame del tessuto sonoro di Voigt. Der Lange Marsch si sviluppa invece per episodi o meglio, per sussulti; sussultano le undici tracce ogni qualvolta si interrompono senza preavviso, sussulta l’immaginaria puntina di un disco (o è la fiammella di un fuoco acceso tra le desolazioni?) che sporca – o riscalda. Il fruscio, medesimo, che già abitava Konigsforst Zauberberg, suoni che tornano, loop che ricominciano, ma sono altro. E d’altronde Voigt stesso ha usato i toni del lavoro “conclusivo”, volendo far emergere gli elementi di continuità con le produzioni passate. Ci sono i fruscii di cui sopra, i gorgoglii di Pop, gli scuri droni di Narkopop. C’è come mai prima anche una vena quasi descrittiva, laddove emergono – come facevano in Rausch – gli elementi orchestrali. La ripetizione di sé stesso: è questa che mette in scena ancora una volta GAS, da sempre affascinato dal concetto warholiano della ri-produzione.

Così dopo qualche – iconico – minuto introduttivo Der Lange Marsch sviluppa il proprio motore ritmico. Ecco perché la lunga marcia: imperterrito, quasi brutale, il beat in quattro è tanto sotterraneo quanto implacabile, ma contrappuntato da un ticchettio costante. Era già apparso in Rausch, ma in questo nuovo lavoro è talmente incessante da portare sull’orlo della follia. Che sia un rimando all’acufene di cui soffre Voigt, oppure no, l’effetto può risultare come minimo straniante. Come se l’ascolto dell’universo sonoro del tedesco non fosse un atto già di per sé, quantomeno, difficilotto… bisogna insomma accettarlo, questo tarlo che pulsa nel canale di sinistra, è il caos: ci accompagna in panorami che raramente erano stati così ariosi (Der Lange Marsch 5 incrocia addirittura dei fiati, mentre su Der Lange Marsch 10 fanno un sorprendente ingresso le voci di un coro su un organo bachiano).

Non c’è inizio, non c’è fine, scrive Voigt nel presentare il lavoro. Solo, appunto, questa lunga marcia, il ripetersi circolare delle stagioni, dell’universo, l’infinito. Non puoi percepire le mutazioni di stato, di forma, di sostanza se ci sei in mezzo. E sì che ce l’ha dimostrato Basinski. Allora puoi continuare a marciare, e scorgere frammenti di passato/futuro sotto i tuoi piedi, attorno al tuo sentiero. Un viaggio che è un labirinto di senso, lì dove ancora una volta, sempre e per sempre, con la maestria di chi ha saputo inventare un vero e proprio concetto sonoro, ci trasporta Voigt.

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