Recensioni

5.7

I Garbage. La stampa all’inizio li dipingeva come un divertissement di Butch Vig, colui che pochi anni prima, da dietro la consolle, aveva plasmato Nevermind. Poi l’esordio omonimo del gruppo da lui fondato spazzò ogni dubbio sul fatto che quella del Wisconsin era una band vera, capitanata da una personalità tra le più carismatiche del rock al femminile (e non solo) degli anni Novanta, quella Shirley Manson che promanava bollori a mezzo di una presenza scenica capace di oscurare perfino i magheggi sonori di Sor Butch. La formula era un elettro-rock magari non innovativo ma accattivante, considerato pure che essere innovativi nel decennio delle contaminazioni e del melting pot non era facile.

Ma già a partire da Version 2.0 (disco che tre anni fa la formazione americana ha celebrato con la ristampa per il ventennale) la formula si istituzionalizzò, pur continuando a mietere episodi notevoli fino a metà del decennio successivo. Seguì una pausa durata circa un lustro prima del ritorno in studio e l’avvio di una seconda parte di carriera più in sordina fino a questo No Gods No Masters che certo non cambia la storia: poche soprese anche a questo giro, il quartetto è ormai fossilizzato sugli stilemi di sempre, masticati ai limiti dell’essiccazione. Tutto datato e oramai anche poco credibile. In più mettiamoci una lavorazione lunga e sofferta che, essendo iniziata nell’estate 2018, riflette le istanze già sdrucite del MeToo, di Black Lives Matter e dell’antitrumpismo d’accatto, conditi vieppiù da una vaga protesta anticapitalista (…) a rendere il tutto ancora più – lasciatecelo dire – patetico. Gli anni passano in fretta, e con in più una pandemia globale capitata in mezzo, anche il mondo di tre anni fa oggi sembra preistoria.

Dopo la tempesta i Garbage si ripresentano identici a se stessi, ma la Manson ormai è una matrona pop dal trucco svilito e l’aria triste di una Gloria Swanson in Viale del tramonto. Non è più al centro della scena intesa come scena pop, e chi le ruota attorno, ovvero i suoi compagni di band, non le dà una mano a schiodarsi da quella croce dove, come una Madonna degli anni 2020s (ma oramai la somiglianza è più pericolosamente vicina all’odierno Robert Smith), si fa innalzare nel video della title-track, uno dei tre singoli di lancio insieme a The Men Who Rule The World (ibrido tra post punk, pop, stomp rock e elettronica a 8bit con compressi inserti di chitarra che ricordano Fashion di Bowie e uno sbilenco tiro funk a rispolverare la lezione dei Gang Of Four) e Wolves (synth punk definito dalla frontwoman «the pop song off the record» a presentare un ritornello psicotico e un anello di basso batteria in zona Cop Shoot Cop).

La stanca litania continua con passaggi tutt’altro che epocali come Unconfortably Me e Waiting For God (la parola “Dio” ricorre in tre titoli ma più che una svolta mistica sembra suggerire una pseudoribellione all’autorità). E anche laddove i pbm accelerano (l’ottima The Creeps e una Godhead in odore di Depeche Mode) la sensazione è che dietro le schitarrate, i synth cattivi, la ritmica serrata e le moine della gattona “pittata” della cantante, si celi l’angoscia per il tempo che passa, un’ansia che si cerca di ingannare con tiraggi a buon mercato.

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