Recensioni

L’idea di cinema di Gabriele Mainetti ha avuto sempre due parole d’ordine: commistione e ambizione, fin dai suoi cortometraggi, fin da Basette e Tiger Boy. Due parole che lo hanno avvicinato come visione e animo ai Movie Brats del secolo scorso e ai post moderni del nuovo millennio. La commistione è quella del genere, delle culture e dei linguaggi audiovisivi; l’ambizione è invece quella di stimolare un panorama, parlare a tutti e creare una nuova strada industriale. Roba non da poco, che comporta un grandissimo esborso a livello di impegno, sia a livello artistico che economico. Impegno a cui Mainetti non si è mai sottratto.
La città proibita (in uscita il 13 marzo 2025 con PiperFilm), il cui primo titolo, significativo per le prospettive sopracitate, pare fosse “Kung-fu all’amatriciana”, è la terza fatica del cineasta romano e forse il titolo che per certi versi più rappresenta la sua poetica e la sua visione, probabilmente la sua sintesi maggiormente equilibrata e a tratti risolta. Il perché esistenziale del Mainetti professionista di settore nel cinema di oggi.
La geografia del film va dalla Cina rurale in cui vigeva la regola del figlio unico (entrata in vigore nel 1979 e abbandonata nel 2015), una delle stata politiche di controllo delle nascite attuata dal governo per contrastare l’incremento demografico del Paese, alla Roma del 2025. Il punto d’incontro narrativo è l’area di Vittorio Emanuele e dell’Esquilino, una sorta di China Town della capitale, dove Mainetti ambienta la sua storia, giocando a mettere in scena una sorta di zona franca in cui nazionalismi si scontrano con delle regole destinate lasciare spazio ad un’inclusione già in atto.

Uomini disperati e soli, come il cravattaro colonialista Annibale (interpretato da un Marco Giallini semplicemente straordinario) e il boss Wang (Chunyu Shanshan), inconsapevolmente fuori posto in un modo in cui alcuni loro coetanei sono già disposti ad innamorarsi dell’altro. L’innesco narrativo è, infatti, incontro di amorosi sensi tra una giovane cinese, costretta a lavorare in un bordello, e un più o meno anziano (non ce ne voglia Luca Zingaretti, tra l’altro anche lui incredibile in un ruolo per nulla semplice) proprietario di un ristorante romano.
I due, infatti, scompaiono insieme da un giorno all’altro, unendo le sorti di Marcello (Enrico Borello) e Lorena (Sabrina Ferilli), un figlio e una moglie abbandonati che cercano faticosamente di portare avanti l’attività di famiglia, con la misteriosa sorella (Yaxi Liu) della dispersa, quanto mai determinata a trovarla non solo per motivi d’affetto, ma anche per portare a compimento una lotta che le ha viste combattere un’ingiustizia imposta dall’alto per tutta la loro vita.
Combattere è proprio la specialità della ragazza, che è infatti letale nella pratica del kung fu, arte marziale con la quale non si fa il minimo problema a sparigliare prima gli uomini che sfruttano la sorella e poi a farsi strada verso la verità dietro la sua sparizione.

Mainetti parte da qui, dal genere gongfu, prendendo sia dalla tradizione orientale che dalla sua rielaborazione oltre l’atlantico (guardando soprattutto a Quentin Tarantino, Chad Stahelski e Gareth Evans) e riesce a fare ancora una volta qualcosa di unico per il cinema italiano. Nelle scene di lotta la sua è una regia semplicemente fantastica, questo perché non solo rende comprensibili le complicatissime coreografie (cosa, tra l’altro, assolutamente non scontata), ma perché crea una narrazione visiva del combattimento stesso. Lo fa donando un dinamismo potente, scandendo i tempi e creando un ritmo, che e sia tensivo che drammaturgico. La prova (ri)provata che il cineasta romano è un regista internazionale credibilissimo e altamente spendibile.
La sua intenzione però è quella di lavorare (almeno per il momento) con il cinema italiano e allora ecco che dal revenge movie classico in salsa kung fu si passa alle strade intasate di Roma e lì La città proibita rivela la sua vera natura, che è poi quella che eleva veramente il titolo di Mainetti.
Parliamo di un film che ha come tematica fondamentale l’idea di raccontare una società meticcia, fatalmente inclusiva e anticoloniale. Una società in cui il concetto di casa non è più legato ad eredità e tradizione, ma, piuttosto, proiettato alla condivisione con il diverso e alla tendenza alla reinvenzione comune.

Ecco che l’ambizione tematica si sposa perfettamente con quella artistica e produttiva (sono 17 i milioni di budget stanziati per il film), diventando una bussola per la scrittura, la quale, al netto di qualcosa che paga in termini di trama, cercando di nasconderlo dietro ad un citazionismo un po’ didascalico, non esce dal seminato, allontanando anche lo spettro di un peso eccessivo (cosa non successa con Freaks Out).
La città proibita è un film coerente e risolto, divertente e intelligente, e che rischia di acquisire anche una valenza storica (dovremmo augurarcelo) perché si tratta di una delle poche pellicole post moderne compiute nel nostro Paese. Un’altra era Lo chiamavano Jeeg Robot, guarda il caso.
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