Recensioni

<p>La storia come <em>avrebbe</em> potuto essere e le sue implicazioni: questo il tema della fittizia ricostruzione documentaristica di <strong><em>Morte di un presidente</em></strong>dell’inglese Gabriel Range, che tante polemiche ha suscitato in
America. Nell’ottobre del 2007, subito dopo aver parlato a un convegno
a Chicago, George W. Bush viene assassinato e muore dopo poche ore,
mentre il vicepresidente Cheney gli subentra. Alternando materiale
d’archivio e ricostruzioni con attori – alla maniera di un report tv,
con interviste ad FBI, entourage, poliziotti e addetti alla sicurezza –
si assiste da una parte agli eventi che precedono l’attentato –
l’arrivo di Bush in mezzo ad imponenti manifestazioni di protesta
contro la sua politica in Iraq – dall’altra alle indagini che ne
seguono. Paradigmatico appare il senso di colpa degli agenti dell’FBI,
deputati alla difesa del presidente, che disperatamente ammettono di
aver lasciato falle nella sorveglianza.</p>
<p>Appare subito chiaro che, così come per i film di <strong>Michael Moore</strong>,
la pellicola è un forte atto d’accusa nei confronti
dell’amministrazione americana in merito a limitazioni dei diritti
civili e razzismo, post- 11 settembre. Le indagini si rivolgono infatti
prevedibilmente verso una pista araba, nonostante alcune evidenze
portino anche altrove. Al regista interessa mostrare infatti, più che
la prosecuzione dei fatti in direzione della successiva presidenza, il
clima di sospetto sociale che si va man mano instaurando, mentre si
ricostruisce l’attentato; il mescolare vero e finzione si sovrappone
alla “costruzione” di prove <em>ad hoc</em>, elemento quest’ultimo che tanta parte ha avuto nei fatti recenti post-torri gemelle, e non solo. <br /></p>
<p> L’uomo di origine siriana che viene condannato infatti, anche
forzando alcune prove, ne è l’evidente dimostrazione. Niente che non si
sapesse già, quindi e si potesse supporre, data la storia degli
ultimissimi anni. E il film si spinge solo alla fine verso l’altra
pista, mentre il sospettato rimane programmaticamente in carcere, e vi
resterà anche dopo che il vero colpevole (un veterano nero americano)
sarà rivelato.</p>
<p>Il film risente della forma
documentaristica, lenta in molti punti, nonostante un buon montaggio
tra vero e ricostruito; si perde infatti nei molti rivoli delle
interviste e delle ricostruzioni, risultando meno efficace proprio
quando si vuole spiegare troppo. Le domande che si pone ruotano intorno
al concetto di democrazia americana e sul senso insito di giustizia e
libertà, così opportunamente esportati all’estero, che si trasformano
in opportunismo politico e propaganda. L’espressione di un forte
dissenso quindi, e la denuncia della ormai ineluttabile paranoia
americana nei confronti del diverso, che sta alla base della sua
iperdifesa socio-politica.</p>
<p> Un altro docu-film che si
aggiunge alla serie di testimonianze vere e ricostruite sul clima di
caccia alle streghe di questi ultimi anni. Un <em>what if</em> ambientato in un futuro così drammaticamente già avveratosi.</p>

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