Recensioni

Voce soave e sognante in primo piano. Impasti melodici rigorosamente a cappella che si intrecciano a suoni di viole, violini e vibrafoni. Un immaginario narrativo fitto di aspettative e delusioni che si risolvono in testi un po’ inquietanti e un po’ commoventi. E’ un lavoro incredibilmente ambizioso, l’album di debutto di Gabrielle Hebrst. Un’opera voce-centrica che se da un lato vuole rimarcare complesse trame compositive, dall’altro si diverte a stuzzicare l’ascoltatore costruendo melodiche strutture pop.
Sympathy, che porta in dote senza eccessiva ridondanza riferimenti ai Sigur Rós di Valtari o al songwriting di Andrew Bird, è un’opera che gioca su più livelli, mischiando impeto solistico e tappeti ambient. Ma non è tutto oro quello che luccica, e il lavoro della musicista di stanza a Brooklyn annuncia sin dall’apertura con Koo Koo la tendenza a intrecciare insieme frequenze dissonanti in cerca di superfici soffici su cui atterrare.
Come con un mantra, un’ode o una solenne recitazione, Gabi pesa ogni pausa e ripartenza con attenzione cosmica. Un album non facile, che può annoiare nelle fasi più asciutte (Love Song, Where) ma ha il pregio di esaltare quando con maestria giocosa unisce la voce solista a chitarre e linee sovrapposte (Falling, Fleece). La suite conclusiva Hymn conferma in sintesi l’ottimo intento artistico e al contempo le parti a crudo da smussare. Si chiude con il mix dubstep di Fleece, un felice regalo per chi ha raggiunto la fine del tortuoso viaggio.
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