Recensioni

Tre settimane di registrazione in Spagna con Youth, il produttore di Primal Scream e Verve. Di tre minuti le canzoni che asciugano il denim fino all’anoressia (ma senza dimenticare l’ammorbidente). British melodia a pari volume di ritmi graffianti. Bono li adora, apriticielo e allora con This Is Not The World i Futureheads rimediano un bel calcio alla maturità spalancando l’armadietto dei medicinali in bagno. Plettrate di braccio più che stomp di polso e danze fino a far toccare 50 kg sulla bilancia faranno il resto. Pistols senza dimenticare gli XTC, strofe che risuonano come al solito in tutto il disco, ma sono un affare di famiglia gestito con gusto. Dunque la biforcazione nel cerchio più grande: per le cose complicate (persino prog) il progetto Field Music (aperto o chiuso si vedrà), per l’energia cruda e la capitalizzazione del successo il prodotto Futureheads, saponetta attualmente monopolista sul mercato britannico. L’unica a contenere i solventi Franz Ferdinand (che gli stessi Franz giurano di non usare per il prossimo disco).
Imbarazzarsi dunque se il punky poppy qui servito è un po’ tutto uguale come il reggae in sala decompressione post-punk? Per Barry e Ross, che i pezzi li scrivono ancora assieme stile Barat e Doherty, non è un problema, in nome dell’anfetamina piazzano un album di singoli usa e getta nella più ovvia delle mosse, il ritorno al ’78 nel revival Duemila con in testa il download pezzo/pezzo/pezzo per il lettore mp3. Timbro oramai inconfondibile e rodatissimo, volumi alti e vitalità ultra brit ci sono ma siamo sicuri che è più santificazione che godimento. Probabilmente, forte di questa prova, il quartetto regalerà in futuro una scaletta che duri di più di un paio di sculettate.
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