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6.5

In questa primavera anticipata post-sanremese, ecco che i dischi figli della promozione garantita dalla kermesse cominciano già a sbocciare nel mercato discografico come i famosi fiori della città ligure. Quelli che per Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci, valgono Meno di Zero nel brano omonimo. Calcinacci, residui di un lavoro lungo e usurante: come quello che a volte va fatto su sé stessi, magari per smussare gli angoli più aguzzi e indesiderabili del nostro carattere. In altre parole: per maturare.

Calcinacci arriva a tre anni dall’ultimo lavoro, Infinito +1, ed è forse il disco della maturità del suo autore. Arriva con al seguito già due singoli di successo, Casomai e Niente di Particolare, ma anche il brano presentato a Sanremo 2026, Stupida Sfortuna, tormentone di quel genere di Indie-pop tutto italiano (e molto romano) carissimo alle generazioni Millenial e Gen Z. Amico fedele delle storie su Instagram, settimo posto in classifica e vincitore del prestigioso Premio della critica “Mia Martini”.

Scritto e prodotto a Roma insieme al fido collaboratore Golden Years, con contributi firmati anche da Calcutta e okgiorgio, la presentazione dell’album è stata accompagnata da un cortometraggio girato per l’occasione e proiettato in giro per l’Italia. Sound asciutto, melodie carezzevoli e testi lievemente malinconici: il nuovo Fulminacci si ascolta il pomeriggio o la sera, nel viaggio di ritorno verso casa. Scenari di vita quotidiana nobilitati da giochi di parole e intrecci melodici, in Nulla Di Stupefacente l’artista disvela forse quello che è il tema che accompagna molte canzoni del disco, ovvero la segreta semplicità della vita, la nostra impotenza di fronte alle sue svolte imprevedibili, verso le quali è bene dunque avere un approccio più rilassato: “In fondo a me che me ne importa/di camminare sempre dritto se la vita è tutta storta”. Gradite poi le incursioni degli amici, quella improvvisa di Tommaso Paradiso in Maledetto Me, di Franco126, di Tutti Fenomeni e della sua sempre affilatissima penna stilografica in Mitomani.

Mentre Calcutta se ne sta ancora ascetico in silenzio, preparandosi forse a sbaragliare presto l’amichevole concorrenza con un nuovo album, Filippo Uttinacci si aggiunge di diritto alla lista degli artisti fatti e finiti, ma va a sbattere contro un soffitto che è forse il tetto di una corrente musicale che ormai in Italia non ha più molto da aggiungere. L’album però funge da perfetta svolta narrativa nella carriera di Fulminacci, che già sul palco dell’Ariston si era presentato elegante, cresciuto, rilassato, e aveva fatto incetta di nuovi fan confermando altresì l’affetto dei fedelissimi.

Un momento d’oro che verrà ancor di più cristallizzato dal suo incombente tour nei palazzetti, anzi, nei palazzacci. Calcinacci è un disco che non inventa nulla, certo, ma che conferma lo standard della produzione musicale pop in Italia all’attuale stato dell’arte. Lontano da certe vette raramente conquistate, si potrebbe obiettare, ma decisamente più alto di altri momenti bui neppure così distanti, quando la musica leggerissima era ancora così imperante.

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