Recensioni

Che Fulminacci (nome d’arte di Filippo Uttinacci) non fosse uno dei tanti nomi anonimi del “nuovo” calderone pop nazionale, ce ne eravamo accorti nel 2019 con La vita veramente. Quell’esordio (che gli è valso la Targa Tenco come miglior Opera Prima e il Premio MEI come miglior giovane dell’anno) aveva fatto felici molti che, come chi scrive, sentivano il bisogno di qualcuno che facesse musica a prescindere da numeri, follower, foto e ritornelli giustapposti e urlati.
Filippo sembrava, già allora e ad appena 21 anni, più interessato ad osservare il mondo e a raccontarne la sua versione (come in Borghese in borghese, ad esempio). Poi la pandemia e il lockdown, momento in cui ha preso forma Tante care cose, il suo secondo disco fuori ancora per Maciste e prodotto dal fidato Federico Nardelli (deus ex machina sempre più ricorrente nelle produzioni tricolori), e anche Sanremo 2021. E non un festival qualunque ma quello senza pubblico, quello in cui un artista è stato in gara solo grazie alle registrazioni delle prove generali e quello in cui un certo svecchiamento (non solo anagrafico ma anche culturale) delle proposte è stato compensato al ribasso con una delle conduzioni peggiori di sempre. All’interno di un fenomeno sociale come questo che, non me ne vogliano i detrattori, va visto se ci si considera interessati alla musica italiana e se si vuole avere un quadro completo dello stato di salute della stessa, Fulminacci porta un brano (opinabile la scelta) apparentemente leggero (sebbene lui stesso ne abbia smentito il carattere frivolo) e perfettamente in linea con quanto esposto in maniera quasi geniale dal duo vincitore morale Colapesce–Dimartino.
Santa Marinella è musica leggera spinta da un desiderio vero e mossa dal godimento pieno dell’atto musicale. Fuori le tattiche, dentro la joie de vivre. All’interno di Tante care cose, infatti, non c’è traccia di nenie passivo-aggressive mascherate da romanticismo, né di pseudo-crooning col cappello alla Liam Gallagher e nemmeno di basi a stampino. Tanti invece gli spunti e le esperienze che si rincorrono in un disco veloce e sinuoso. Allegro sì ma non troppo, lo spacchettamento avviene di minuto in minuto: groove dall’anima black (Miss mondo Africa) pronto per un feat. con Ghemon, pop à la Tiziano Ferro più sperimentale (Canguro, in collaborazione con Frenetik&Orang3), festa totale che riluce tra Daniele Silvestri e il Jovanotti buono con la superlativa Tattica (a Sanremo avrebbe avuto più successo). La sensazione è che ad esclusione di una produzione più corposa rispetto al primo album, per arrivare forte e chiaro Fulminacci non abbia bisogno di nessun artificio e tantomeno di maschere, esattamente come raccontava a SA in un’intervista del 2019: «Non porto un personaggio, porto me stesso, perché è l’unico modo per riuscire a farcela, almeno per me e per come sono fatto io».
Ci pensa poi Forte la banda a fornire un riassunto esaustivo di tutto quanto esposto finora («La musica puoi farla soltanto se c’hai delle idee»). È musica per questo tempo sospeso. Musica che, senza dirlo esplicitamente, fa l’unica cosa che dovrebbe fare in questo periodo, ovvero riflettere sul suo ruolo nella società, su quello che è cambiato in fatto di responsabilità e su quello che ha perso in fatto di credibilità.
Qualcuno, a ragione, ha definito Fulminacci la next big thing della musica italiana. Lo sforzo necessario per dar credito a questa affermazione sta nel riuscire ad uscire dal capitalismo degli ascolti e dall’oscurantismo reazionario di taluni artisti, ed apprezzare la musica di un ragazzo di ventitré anni senza il bisogno di fare paragoni sbagliati, miopi e inutili. A chi avrà successo in questa operazione anti-ideologica va il nostro plauso. A tutti gli altri, tante care cose.
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