Recensioni

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Come diciamo altrove su queste pagine, la space-disco, alla luce dell’ultimo iridescente, inarrivabile Lindstrøm, è al suo snodo. Nel filone, Fujiya & Miyagi rappresentano il versante friendly, meno house e più legato alla forma canzone. Pop insomma. Escono a pochi giorni l’uno dall’altro con rispettivi dischi, lo svedese e il finto duo, e nessuna delle parti in causa conosce il nuovo operato altrui; cosicché, mentre Where You Go I Go To amplifica e censisce le volontà del suo autore (house e progressive rock in un unico corpo) parimenti fa  Lightbulbs per Steve Lewis, David Best, Matt Hainsby e il nuovo arrivato Lee Adams.

Le solite linee guida, travasare cioè kraut-rock in contesti dancey e decisamente orecchiabili, oggi ancor più gravide di spessore con l’inaugurale Knickerbocker, in questo caso, a giocare nel ruolo che fu di Ankle Injuries la volta precedente, ovvero a ridosso dei NEU!. Ovviamente non è finita qui, poiché anche Hundreds & Thousands e One Trick Pony ripiegano dalle parti di Hallogallo. Forse c’è meno Can del solito (anche se la title-track pare eseguita da Damo Suzuki), ma di contro sfidiamo chiunque a non canticchiare (e ballare, e saltellare) i refrain di Pickpockete Pterodactyls senza pensare al nu-soul di Pharrell Williams.

Si rinnova l’innato appeal funk nelle energiche Sore Thumb, Rook To Queen's Pawn Six e Pussyfooting; e dopo cotanto groove, rafforzato da Uh  che sbancherà i parquet dancey di mezzo globo, ci si gode la meritata pausa nella ballad (con un mellotron palesemente King Crimson) Goosebumps. In sostanza, Lightbulbs è più furbo e meno space del precedente. Forse anche un tantino inferiore (ci manca una Photocopier, giusto per…) ma è pur sempre l’altra faccia della space-disco, ossia quella dal ritornello facile e della gioia effimera. L’importante è appartenere alla stessa medaglia.

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