Recensioni

Ce se ne rende conto in cuffia, o guardando i loro clip (il recente Surf Solar). Dietro al fascino dei Fuck Buttons, non c’è il mix, ma la forza dell’esecuzione. A fare la differenza, non è il laser synth o la ripresa 4/4 techno, il noise o l’estetica digital-shoegaze che ne rappresenta l’evoluzione. John Cumming, produttore del primo disco, ci aveva visto giusto: all’inizio, il vero discrimine è la fisicità di un trip inesorabile, in crescita, impersonale e senza botti come ci si potrebbe aspettare dal chitarrista dei Mogwai dietro al vetro. Una carica prorompente, eppure in provetta che, al sotto dei layer, e a prescindere da ogni mezzo, possiede un cuore, un’urgenza a polarità invertita, catarsi che infine, anzi da principio, è la polpa di queste argomentazioni.

Dal vivo sono un viaggio su per giù di un ora. A livello d’improvvisazione o negli aspetti che fanno la gioia dei bootleggari non c’è molto: qualche accenno di fusione tra brani (un po’ di Ribs Out in Colours Move), allungano qualche traccia. Eppure, giunti alla seconda tournée mondiale, i Fuck Buttons non godrebbero di tanta stima e affluenza se non fosse per un’intima e potente sensibilità primordiale. Lo sballo vero è l’esperienza del suonato e il senso del ritmo che c’ha dentro. Sound che peraltro è eseguito, mosso, da manopole e tasti. Una componente essenziale per la generazione post-glitch.

Sul tavolo Andrew Hung and Benjamin John Power hanno sempre svariate tastiere analogiche, un sequencer, un non ben identificato strumento a bocca, un microfono attaccato a un distorsore stile Wolf Eyes o Black Dice e un tamburo per la celebre sciamanata a nome Colours Move. L’ultimo per importanza è proprio il laptop: serve per lanciare alcune linee di noise trattato. Inoltre, in questo tour c’è il materiale di Taro Tarot, più elettronico anche grazie a un nuovo illustre produttore come Andrew Weatherall. Le possibilità aperte dal sophomore permettono un focus maggiore sulle composizioni. I crescendo, o meglio, l’oramai famoso pumping di Sweet Love for Planet Earth (che copriva metà delle perfromance del 2008) sono stati abilmente aggirati.

Non ultimo, l’immaginario: è affascinante sentirci un ricordo di quella grandeur tastieristica che impattava l’immaginario futurista dello storico Blade Runner, come altrettanto notevole la fusione di quelle reminescenze nelle esperienze capitali della manipolazione elettronica di quest’ultimo ventennio: la techno e il noise post-glitch (quello che da Fennesz in poi ha fatto riscoprire il fascino dei test-tone poi lanciato nei duemila su scala mondiale).

Il roboante ronzio modulabile – che farebbe tutt’ora impazzire i futuristi – si fa di pasticche senza euforizzanti. Ne viene fuori un salto temporale interessante: in un sol colpo elimina tutto lo sballo dell’E tenendoti buono lo sfasamento della chimica, asciuga la retorica sul futuro del Novecento (e si va indietro fino a Metropolis) e ti ficca in un trip per macchine fatte totalmente di tessuto umano. Una vera soundtrack per replicanti. E non ce ne voglia Ridley Scott.

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