Recensioni

I Frozen Farmer li ascolti e non pensi provengano da Varese. Eppure è così, nonostante non ci sia nulla di italiano nel tessuto armonico e sonoro del quartetto; piuttosto sono presenti echi decisamente evidenti di Mumford & Sons (There’s a Leak), The Band, The Beatles e forse persino Pink Floyd – per alcune atmosfere acustiche e il cantato di un brano in particolare (Fredericksburg) – nelle 10 canzoni di questo secondo album della formazione, in uscita per Seahorse Recordings e New Model Label.
La formula è semplice quando efficace, complice la forte intuizione melodica e la felice scelta delle sonorità – sempre riecheggianti le lande americane con una giocosa predisposizione (Here I Come). In Stay c’è il folk, il country, il genere cosiddetto americana, tutto elaborato secondo la predisposizione pop e la coralità delle voci – sempre in evidenza quando armonizzano. L’apertura del disco, che vede anche la partecipazione del chitarrista americano Tim Sparks, profuma di classico folk anni ’70 con il brano Angel’s Melody: le chitarre acustiche la fanno da padrone, mentre mellotron e i cori rendono l’ambiente invecchiato e accogliente al punto giusto. La title track è il più classico dei valzer, in perfetta chiave country, con il piano wurlitzer che guida un carrozzone notturno e sognante, mentre Valley Of Memories già dal nome fa riferimento a un certo tipo di immaginario sia sonoro che iconografico, per un brano che mette il banjo in primo piano (presente, c’è da dirlo, in tutto il disco), per poi sfumare in un finale da marcia scanzonata e vagamente psichedelica.
Nessun brano fa gridare al miracolo, intendiamoci: ma a fare un disco di questo tipo, così fedele verso uno specifico genere musicale eppure così ispirato, ci vuole talento. Merce rara di questi tempi. E quando finisce la ballata rurale End Of The Day, ultimo brano del disco, la voglia di premere di nuovo play è forte.
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