Recensioni

7.3

Se non si conoscesse la provenienza geografica dei Frog Eyes, si potrebbe tranquillamente pensare che siano un gruppo British capace di trattare l’aplomb tipico della terra di Albione con un nervoso piglio a far emergere profondità inaspettate. Eppure i canadesi già nei primi duemila furono capaci di fornire un’interpretazione del rock indipendente molto particolare, non solo per le armonie con le ginocchia invischiate nella decostruzione, ma anche, e forse soprattutto, per l’espressività istrionica del frontman Carey Mercer, febbrile, delicata, nervosa e profonda al tempo stesso – come la musica del resto – che ad avercelo hai già tre quarti di band bella che fatta.

A quattro anni dall’album di comminato Violet Psalms, e a vent’anni esatti dal fulminante esordio The Bloody Hand, la ragione sociale torna a farsi sentire con un nuovo album ben ispirato, ricco di sfumature e di armonie rotonde continuamente sballottate nel vortice di un art rock innervato di direzioni mai scontate. Un disco capace di utilizzare l’eccezionale vena creativa che animava il micidiale trittico di inizio carriera (The Bloody Hand, The Golden River, The Folded Palm) per arricchire l’eccessiva normalizzazione di cui risentivano gli ultimi lavori in studio. Passato e presente che si condensano in un suono, come sempre, magnificamente – sì, proprio magnificamente – esaltato dalla voce di Mercer, un mix di David Bowie e Michael Stipe altezza Murmur, ma prepotentemente rafforzato sia dall’insofferenza tipica di un Jamie Stewart quanto della rocambolesca giocosità di un Jad Fair.

Una vocalità personale che gioca d’attacco, scivolando perfettamente tra i sospesi riflessi di rock tinteggiato dreamy e attraversato da marcette febbrili (When You Turn on the Light) e il glam che sgrana gli occhi meravigliati su distese di melodie rarefatte e zuccherine (A Speck of Dust), tra le armonizzazioni dal punto di caduta infinito e puntellato di soffuse ritmiche garage punk (Scottish Wine) e le accelerazioni liofilizzate in quadretto atipici eppure consistenti (I Was an Oligarch).

O ancora, tra stop and go sottocutanei a infastidire slanci surf (He’s a Lonely Song) e la wave che si apre in leggere fughe estasiate, fino a scivolare sulla psichedelia desertica e ombrosa come un canto del cigno per ogni cosa che nell’esistenza è inevitabilmente destinata a finire (Everything Dies). Un lavoro che permette all’indie rock di riacquistare una propria sfumatura temporale, travalicando cliché ed epoche per essere nuovamente se stesso.

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