Recensioni

C'è sempre un momento nella vita artistica di un producer in cui si smette di inseguire ricerche e nuove intuizioni e si vuole tirare le fila di quanto raggiunto fino a quel momento, con un prodotto di sintesi che esprima nella maniera migliore lo stile dell'artista e centri in pieno il bersaglio posto sul cuore dei fan. È sempre successo, ma è curioso vedere quanto spesso il fenomeno sia accaduto quest'anno e con quale efficacia: da Last Step (Sleep è il riassunto all'apice delle derive acid meno aggressive di Venetian Snares) a Nathan Fake (Steam Days, trangolazione delle diverse anime di lui apprezzate), da Photek o Brackles (coi loro dischi di riepilogo dell'immaginario personale) a Lindstrøm (Smalhans come figura definitiva del suo modo di pensare space – e ve ne parleremo presto). In un momento in cui le tendenze di maggior successo son quelle che spingono verso l'esplicito e l'aggancio diretto, è questo forse il vero modo in cui anche i produttori più intellettuali possono tenere il passo.
I fratelli Kalkbrenner, poi, questo carattere ce l'hanno nel sangue: già l'anno scorso notavamo come l'Icke Wieder di Paul servisse come dolcetto generoso (e un po' piacione) che nulla aggiungeva o toglieva al proprio stile consolidato. Quest'anno tocca a Fritz che, pochi mesi dopo l'altra operazione di riepilogo sui mood della sua label, chiude col suo secondo album il cerchio intorno a ciò che il suo pubblico ha sempre amato. Che poi significa una cosa sola: ripartire da Sky & Sand. Il corpo più convinto di Sick Travellin' è quello di pezzi come Make Me Say, Get A Life, No Peace Of Mind o Little By Little, abilissimi (e precisissimi) incastri di quel ritmo positivo berlinese nato techno ma plasmato house che è il vero marchio di fabbrica dei Kalkbrenner, con la firma personale del vocalizzo dismesso che stabilisce l'identità al volo. Né più né meno che quel che a chiunque viene in mente al solo fare il suo nome, accompagnato ovviamente da una serie di pezzi strumentali come Chequer Heart Day o Monte Rosa funzionali a creare atmosfera (leggi ambient, a tratti quasi chiilout) intorno ai pezzi forti.
Non una virgola fuori posto, sound pettinato con cura maniacale e nessun rimescolamento delle carte, per quanto casuale possa essere. La cosa che più si avvicina a una mossa estrosa rispetto al resto è il funk reprise di Willing che tanto piacerà a chi ha amato l'album di Breakbot, col quale Fritz Kalkbrenner condivide la stessa passione di ricerca. Ma guai a guastare l'alta fedeltà al sound di bandiera. Qui non si tratta di mancanza di coraggio, ma dell'impegno preciso di rispettare con esattezza millimetrica l'aspettativa del proprio pubblico. È una scienza, e i Kalkbrenner ne sono i più esimi luminari.
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