Recensioni
Fortezza Albornoz
The Raveonettes, Four Tet, Jennifer Gentle, Dinosaur Jr., Daniel Johnston, Julian Cope, One Dimensional Man, Yo La Tengo, Echo & the Bunnymen
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Edoardo Bridda
- 1 Settembre 2005

Frequenze Disturbate prese il via nel 1996 con solo tre artisti in cartellone, uno per sera: La Crus, Soon e Andrea Chimenti. Nel ’98 le serate furono cinque, sempre però con la formula di un solo artista/gruppo al giorno. Il festival in queste prime tre edizioni si connotò come una piccola, ma attenta panoramica sulle realtà più interessanti della musica indipendente italiana, forte dell’esperienza maturata nel settore da una rivista di supporto come “Il Mucchio selvaggio”. La carta vincente fu da subito la location: Urbino, città rinascimentale intatta, appostata su una rocca proverbialmente ventosa, lontana dall’afa e dal traffico agostani.
Fin dal ’97, accanto a piazza Federico, la kermesse mise piede nella Fortezza Albornoz, uno tra i luoghi più belli mai scelti per un concerto rock, appollaiata in cima alla rocca, su un prato che a sud, fra roverelle, pini e ginestre, declina rapidamente verso i monumenti illuminati della cittadina. Il palco guarda così verso la cupola del Duomo e il Palazzo Ducale, tinti di verde smeraldo e ocra, e dietro ancora verso l’Appennino marchigiano.
Nel ’99 fecero capolino i primi artisti stranieri, Tindersticks e Jay Jay Johanson; nel 2000 toccò a Black Heart Procession, Arab Strap, Einsturzende Neubauten. Nel 2001 si stabilì la formula delle tre date a Fortezza Albornoz, che arrivò all’apice nel 2002: al giustificato scotto dell’introduzione del biglietto (l’abbonamento costava 20 euro) corrispose una nuova configurazione, che vedeva esibirsi tre-quattro artisti per sera, più una performance appartata in seconda serata, nel chiostro del convento di Santa Chiara, e un onesto dj-set a notte inoltrata (fornito da Jolly Music, Rough Trade/Intensive Care e altri). Un sogno: pubblico meraviglioso e attento (rivendita di birra – in bottiglia!- di fronte al palco e nessun disordine, non pareva proprio di stare in Italia…), possibilità per chiunque di passare da una chiacchierata con Howe Gelb e una pizza al taglio con i Mogwai a un concerto intimo di Thalia Zedek, sdraiati sul prato di Santa Chiara sotto un tetto di stelle, e ancora dalla voce ruvida, ma carezzevole di Mark Lanegan al concerto con battimano da arena degli Afterhours, fino a una jam improvvisata sul momento dai Calexico dopo un reading di Emidio Clementi…
Nel 2003 sembrava che la prodigiosa ascesa qualitativa fosse destinata a continuare, ma all’improvviso ecco il crac: molti artisti annunciati diedero forfait e, a fronte di un biglietto sensibilmente aumentato (abbonamento a 30 euro), ci si ritrovò con soltanto due date, senza palchi secondari. Se la stupefacente performance di Beck lenì in parte l’amarezza, i cattivi presagi si avverarono nell’estate del 2004, quando il festival fu sospeso.
Grande è stata dunque la sorpresa dei più nell’incocciare nuovamente nel sito del festival (scomparso da un anno) e nel leggere rumors straordinari sui possibili headliners per il 2005. E se i paventati Flaming Lips non si sarebbero fatti vedere, come del resto Micah P. Hinson (con l’abbonamento salito a 50 euro), niente e nessuno ha però fermato l’edizione più corposa e ricca del Frequenze Disturbate mai organizzata. Ed è ritornato pure lo stage pomeridiano dedicato agli emergenti italiani, anche se la scelta di piazza Federico non è stata felicissima (meglio, molto meglio il convento di santa Chiara a mezzanotte).
Venerdì 5 Agosto
Il main stage inizia con una sveltina degli One dimensional Man, troppo breve per formulare un qualsiasi giudizio. Più spazio trovano invece i Jennifer Gentle: il gruppo padovano esegue impeccabilmente il repertorio del nuovo album Valende, punteggiandolo come da copione con rimandi al back-catalogue. Che dire? Fasolo & soci, dopo la gran sorpresa iniziale suscitata dallo stile inconsulto e il cult internazionale alimentato dall’amicizia con Oneida e Kawabata Makoto (e ovviamente dal contratto con la Sub Pop), si stanno leggermente impappinando. La loro musica a base di pop sciolto nell’acido (muriatico oltre che lisergico) fatica, almeno dal vivo, a trovare nuove direzioni, impelagandosi spesso in battute reiterate, incerte fra riff e bordone, ereditando alcune tare dagli amici Acid Mother Temple. Con l’abbassarsi del sole dietro i colli, salgono sul palco i Raveonettes, gruppo danese promettente all’esordio su breve durata nel 2002, ma istillatore di dubbi già dopo la prima uscita su lunga (2003). E i dubbi sono riemersi tutti durante l’esibizione urbinate, che ci ha restituito un prodotto post-nu rock ulteriormente scolorito da un’irritante velleità hip in odore di Sonic Youth. Ingranano solo i pezzi che appartengono agli albori ancora gravidi di possibilità, vedi la sempre – moderatamente – trascinante Attack Of The Ghost Riders. Per il resto, uno show insapore dove la sola attrattiva è risieduta nell’algida avvenenza di Sharin Foo, non di sicuro nel garage-pop vaporoso proposto dal combo.
A metà serata si verifica però un cambiamento repentino d’atmosfera: la giornata fino ad allora piuttosto deludente registra un’impennata auspicata, ma incerta fino all’ultimo, dato il caratterino leggermente lunatico degli headliners. La schizofrenia di Julian Cope è più che proverbiale, ma per fortuna il suo istrionismo ha avuto la meglio. E di show come questo, se ne dovrebbe vedere almeno uno nella vita. Il cartellone scrive Julian Cope per pura convenienza promozionale, in quanto sul palco saliranno i Brain Donor, il combo carnascialesco avviato nel 2001, tutto mascara, cafonaggine, violenza hard e giochi di parole scemi (Peace, Love & Fuck e Too Freud To Rock’n’roll Too Jung To Die i titoli dei due album). Basterebbero le fotografie a descrivere i toni e la musica del concerto: nell’abbigliamento di Cope e sodali si leggono l’hard rock più peso e gli Stooges glam di Raw Power (vedi il completino da demone del chitarrista Doggen, i Ray Ban e la bionda chioma lisa di Cope), innervati però da songwriting e vocalità teppistici tipici del Merseyside (i pesanti anfibi da skin di Cope), che sconfinano spesso in musicalità kraute, con recitati da Amon Duul II (il cappello da SS). Kitsch culture a badilate, feticismo per l’immondizia come solo i grandi possono, grandi perché umili nell’abbassarsi per noi all’abbruttimento buffonesco più triviale, in una sorta di primordiale rito esorcistico. I brani di Citizen Cain’d impazzano in un continuum coi vecchi pezzi, fino al tripudio della più che ventenne Raynard The Fox, e sono le quinte di uno spettacolo coinvolgente come il più satanico e lascivo dei bordelli. L’esibizione si conclude con la più storica delle citazioni iguaniche: Cope spezza il supporto del microfono e ci si squarcia il petto.
Ed eccoci a fine serata con l’evento più chiacchierato dell’estate in ambito indie: Jay-Lou-Murph, aka Dinosaur Jr, nuovamente insieme dopo quindici anni e interminabili diatribe al limite dell’isteria. Venalità, obesità, canizie e cattivo carattere dei personaggi sono motivo di scetticismo fin dalla prima comparsa sul palco dei Nostri, scetticismo stemperato dalla commozione di veder nuovamente unita una leggenda dell’indie. Ma le malfidenze si dileguano alle primissime note e quel suono si ripresenta intatto sul palco, fedele al passato oltre ogni aspettativa: ecco il cantato di Mascis, nasale e slacker come nessun altro, ecco il penetrante basso di Barlow, le sua urla core (in Little Fury Things), il suo canto proto-emo (in Forget The Spawn). Ed ecco il drumming tonitruante di Murph, ecco su tutto la chitarra sovraccarica di Jay, perennemente in feedback, perennemente in assolo effettato, intervallato da rari break intimistici. Un suono che è un’icona vivente. I protagonisti della saga nelle loro ultime esperienze solitarie sono stati a un passo dal fondo: in crisi di identità in seguito al vacillare della loro iniziale posa geek in camicia di flanella a fronte dell’incuria del tempo, ridotti a suonare spesso per un pubblico indifferente. Ma a Urbino, uniti, gli album You’re Living All Over Me e Bug generosamente dispiegati (più qualche pezzo dal primo disco a nome Dinosaur), ritornano a pieno titolo nell’empireo da cui sono caduti. Poco importa se le sonorità che elargiscono (figlie dell’hardcore e dell’hard rock e genitrici del grunge, dell’emocore e dell’indie lo-fi) siano oggigiorno totalmente demodè, paradossalmente superate a destra dalla moda retrò. Fra il pubblico abbondano le più gioiose legnate, balli di San Vito, piedi pestati, gomitate, surf-crowdin’ e botte da orbi, con un volume che sembra alzare i decibel a ogni nuovo pezzo. Contusioni e orecchie che fischiano. Da commozione.
Sabato 6 Agosto
Inutile negarlo: non ce lo aspettavamo. La speravamo bella e interessante questa seconda giornata di Urbino, ché sulla carta le esibizioni di Daniel Johnston, Sophia ed Echo and the Bunnymen rappresentavano un accostamento ardito e singolare. E il risultato è stato talmente speciale nei contenuti quanto insolita era la premessa, nonostante l’assenza di Daniel (l’ennesima crisi depressiva?). Ma procediamo con ordine. Dei concerti pomeridiani, quelli gratuiti a piazza Duca Federico, è degno di nota solamente quello dei veneti Artemoltobuffa. Alberto Muffato (cantante e leader della band) rappresenta attualmente in Italia ciò che il colonnello Lobanovsky ha rappresentato per il calcio sovietico alla fine degli anni ‘80: una ventata di aria fresca su una statica scena nazionale. E come nella Russia di allora, nel live di Artemoltobuffa tutto sembra girare a perfezione e ogni individuo è funzionale al proprio compagno. Poco dopo, avrà luogo il collaudato spoken word di Emidio Clementi e Massimo Carozzi. Mimì rapisce il pubblico con parole e suggestioni tra sapori marittimi e amarezze adolescenziali, ricerche di sé fuori dal mucchio e altrettanti viaggi e smarcamenti, riflessioni che Massimo musica con grande consapevolezza e tridimensionalità sonora. La forza della performance è notevole, essendo riuscita a calare un pubblico di quasi trentenni in una girandola di situazioni emotive che hanno come fulcro la cultura tradizionale sperimentata anni addietro. E mentre il pubblico in città è ammaliato, nel frattempo e in contemporanea, alle 19.20 si aprono i cancelli del mainstage alla Fortezza, con due concerti brevi di discreta efficacia, alla faccia della vacuità dei tempi moderni. Sono i varesini Midwest ad aprire: la band giovane, giovanissima (età media 22 anni), sfodera dal taschino talento e capacità, parlando un linguaggio ricco d’accenti alt country, folk e post rock; seguono i Kech, un compromesso tra lo-fi e indie-pop, il proverbiale scazzo pavementiano e la sfrenatezza di certi Pixies, dove non mancano accenti twee pop e partiture à la Belle & Sebastian.
Nessuna sconvolgente novità, ma quel già detto trova una piccola sublimazione quando a calcare lo stage sono i primi attesi della giornata: i Sons and Daughters della famosa Domino, l’etichetta che ha lanciato i Franz Ferdinand. Gli scozzesi confermano l’impressione avuta da pubblico e critica all’ascolto dell’esordio di The Repulsion Box. Il loro è revival cow punk e folk punk targato 80: Gun Club e Violent Femmes passati attraverso un colino, semplicità e efficacia, ritornelli di facile presa e velocità compassata. Come vien spesso da dire quando il ritmo è quello giusto, ma niente di nuovo batte sotto il sole: “It’s only R’n’R”. Altri sono gli ospiti ai quali il pubblico non perdonerà errori, e il primo di questi è Robin Sheppard, ovvero Sophia: alle 21 è il turno di una semplicità e bellezza melodica che vanno di pari passo con la densità e la corposità dell’emozioni. Femmineo è il cantautore dal vivo, elegante e aggraziato nei movimenti quanto sicuro è il timbro della sua voce. In poco più di un ora presenterà alcuni brani tra i più importanti di una lunga carriera, splendidi quadretti pop agrodolci nei quali fantasmi e malinconie danzano eleganti tra le note dei violini e la forza distruttiva del passato si sposa alla consapevolezza e ai bilanci di un presente indefinito. Non sarà di certo un problema tecnico a far calare la magia dell’evento: a un certo punto Sheppard è solo, senza amplificazione, chitarra acustica e voce in un suggestivo silenzio per lunghi minuti. Solo la prima fila se lo gode, ma il pathos arriva fino alle ultime, e così, finito il piccolo evento con il cuore rigonfio nel petto, giunge l’ora degli headliners della serata.
Alle 23.20 è il turno degli occhiali pesti, delle sigarette e dei ciuffi cotonati: Echo and The Bunnymen. Sulla forma smagliante di Ian McCulloch e Will Sergeant si era già detto in occasione del Primavera Sound 2005. Basterà aggiungere che la raffinatezza pop rock della band è intatta. Ben tre i brani del nuovo album Siberia proposti in anteprima per il pubblico del festival: l’asso singolo piglia tutto Stormy Weather, la straziante, very cullochiana, romanticissima ballatona Everything Kills You e la grintosa Scissors In The Sand sono tutti segnali di un ritorno dal gran mestiere, ma anche di altrettanta classe. E se non è mancato chi ha storto il naso o chi ha giudicato scaduto il tempo per certe epiche messinscena, sono pareri di minoranza che nulla tolgono al giudizio positivo sullo show. La serata prosegue tra il cortile del collegio Raffaello (dove si esibiscono i dj del Covo di Bologna) e i bar della splendida piazza Repubblica. La buona abitudine del Frequenze Disturbate di porre i propri artisti a tiro di chiacchiera e di pacca continua: a notte inoltrata si possono incontrare tutti i Bunnymen seduti a un tavolo e Sheppard che intrattiene una fan italiana sorridente. Si parla di musica, si resterà con loro fino all’alba.
Domenica 7 Agosto
Già dal primo pomeriggio il cielo non promette nulla di buono. Nel set pomeridiano colpisce e intenerisce Nikki Sudden in quartetto, che suona un sincero Stones & Roll tra Beggars Banquet e Sticky Fingers, come se gli Swell Maps e il proto-punk non fossero mai esistiti. Il vento nel frattempo s’intensifica e le nuvole sono scure e fitte. Alle 19 pioviggina, e la brezza fastidiosa che inizialmente stuzzica l’esibizione di Lippok e Barbara Morgenstern sfocia in un violento acquazzone durante l’esibizione di Four Tet e dei Blonde Redhead. Il set elettronico della Barbara Morgenstern e del Tarwater Lippok è un compendio di minimalismo synthpop arricchito dalla bella voce della cantante, in altre parole la sintesi estetica della Monika Records di Berlino, che da parecchio tempo è sempre la stessa: interessanti produzioni elettroniche che però per ballare non fanno ballare, e spingerebbero all’ascolto se solo il tempo impiegato scorresse più velocemente.
Four Tet: nonostante molti lo ritengano musicalmente più interessante in studio che dal vivo, è un performer vitale, pulsante e coinvolgente, che dietro il banco macchine dimostra una bella carica tutt’altro che da sbadiglio. Arriva poi il set peggiore del festival: invece di approfittare del clima migliore per i quadretti agri e vellutati della loro ultima prova, i Blonde Redhead si abbandonano a una performance certo più diretta. perché priva delle orchestrazioni e degli arrangiamenti stile 4AD del disco, ma inutilmente chiassosa e facilonamente disordinata. Come se non bastasse, Kazu è evidentemente stanca e per nulla parente di quella intrigante performer dei tempi del tour di Melody Of Certain Damaged Lemons e la sonorizzazione, ciliegina sulla torta, è sotto la soglia della sopportabilità.
Per il concerto finale occorreranno 45 minuti di attesa: lo sconforto, visto il termometro (13 gradi!), è notevole, tuttavia, miracoli sonici, tanto mediocre è stata l’esibizione dei Pace, quanto strepitosa sarà quello degli Yo La Tengo.
Candidatosi a miglior performer di questa edizione, con i soli Dinosaur Jr. a insidiarne il podio, il gruppo di Hoboken non fa mancare nulla a un pubblico che abbisogna di un cocktail di vibrazioni veramente potenti per destarsi dal freddo e dai timpani lesi. Ed ecco così tutti i cassetti della croce verde col serpente aprirsi magicamente: dapprima doppia dose di feedback, Prozac noise a tavoletta, come una jam tra Sonic Youth e Bardo Pond, poi indie pop di zucchero di canna e soul pop con tanto di coreografia, un improbabile balletto stile surf con piroette e passi (s)coordinati che si conclude con un serpentone propiziatorio della band, scesa tra il pubblico in fila indiana. E da qui, da questo straniante siparietto, è di nuovo rock, quello americano indipendente anni Novanta, quello che dai college punta dritto alla sbrigliatezza di quegli spiriti liberi che suonano come crescono, imbracciano gli strumenti come fanno colazione, pranzo e cena. Una grande band, come un altrettanto grande Frequenze Disturbate è stato questo del 2005, certamente ancora molto lontano dai mega-festival spagnoli o inglesi, ma speciale anche per la sua discrezione, il suo presentarsi come chicca nascosta dell’estate, lontana da sponsor ingombranti e sovraesposizioni mediatiche. Questione di eleganza.
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