Recensioni

L’ennesimo eroe del revival country folk anni ’70 ha 23 anni, viene da Melbourne e si chiama Fraser A. Gorman. Uno che anche dall’aspetto diresti che è cresciuto a pane e mito rurale americano, tra una balla di fieno e una chitarra capace di tirar fuori melodie senza tempo.
Slow Gum è il suo primo disco e nei 10 episodi che lo compongono si ha la sensazione di passare senza soluzione di continuità da Dylan e Young a The Band e Townes Van Zandt, allungandosi fino alle terre inglesi con lievi derive in stile The Rolling Stones e Fleetwood Mac. Chitarre acustiche, lap steel, slide e hammond o rhodes come se non ci fosse un domani: l’impalcatura sonora di Slow Gum è tutta qui e, complice una scrittura tanto scaltra quanto ossequiosa, il risultato è notevole.
Dagli umori caribbean & soul di Book Of Love alle suggestioni nere del folk rock di Shiny Gun, gli anni ’70 sono la principale cifra stilistica e fonte di ispirazione del giovanotto australiano; Bob Dylan su tutti (ascoltate per esempio Broken Hands) ma anche The Velvet Underground (Dark Eyes), The Band (My Old Man) e Traveling Wilburys (We’re Alright, dove sono rintracciabili anche echi stonesiani tra l’altro). Slow Gum è un album – come molti in uscita in questo momento storico del resto – derivativo e assolutamente rispettoso verso una chiara tradizione country-roots americana; se non si considera, tuttavia, la cosa come un ostacolo alla credibilità di un lavoro, qui ci si trova davanti a una convincente prima prova, ricca di passione, viscerale, precisa e chiara nel messaggio artistico che reca in sé.
A 23 anni non tutti sanno cosa vogliono: Fraser A. Gorman sembra deciso a riportare le lancette dell’orologio indietro. Se il risultato è un disco come questo, perché non farlo?
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