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Se nell’anno zero Gesù aveva esortato Lazzaro ad alzarsi e camminare, fosse stato nei paraggi di Londra nel 1984 quel ragazzo miracolato, i Frankie Goes To Hollywood – sono blasfemo, lo so – l’avrebbero spinto oltre: dalla ritrovata vita alla bella vita, non solo a deambulare ma a scatenarsi in disco.

Qualcuno è in grado di resistere all’assalto ritmico di Relax? Resuscita i morti, scuote i rockettari depressi, elettrizza i popster delusi, corrompe gli integralisti della classica. Mette addosso il ballo di San Vito alle vittime del colpo della strega. Ma è solo la locomotiva, Relax. Di un treno che viaggia ad alta velocità lungo altri 20 vagoni degni del Orient Express, confortevoli e lussuosi. Per lussuriosi ma non solo.

In fatto di novità, era dai tempi dei Sex Pistols che non si assisteva a un tale terremoto nel mondo del rock: una miscela esplosiva di musica, immagine, strategia di marketing, studio trickery, e provocazione, in quantità travolgente, a partire dalla cover art.

Per iniziare col piede giusto, i Frankie Goes To Hollywood il cui intento è portare scompiglio si battezzano nel nome di Frank Sinatra, l’artista più ai loro antipodi che si possa immaginare. Se Ol’ Blue Eyes è un esempio di eleganza formale e vocale, per dipingere lo standard dei Frankies basta ricordare l’esibizione a The Tube del 18 febbraio 1983, che arriva ancor prima che la band abbia firmato un contratto: una coppia di ragazze in biancheria intima di pelle, dotate di frustino e manette, accompagna la telecamera verso una specie di ring dove i Frankies che attaccano una versione in nuce di Relax non sono da meno delle Leatherpettes, orgogliosamente intrappolati nell’immaginario fetish/bondage/gay. L’“allestimento” non passa inosservato, al punto da guadagnare alla provocatoria combriccola l’entusiastica attenzione di NME, una (seconda) convocazione del leggendario DJ John Peel, ma soprattutto l’interesse di Trevor Horn fresco fondatore, insieme alla moglie Jill Sinclair e al giornalista Paul Morley, della label Zang Tumb Tumb.

Attraverso una lunga serie di scarti e nuovi innesti che comprendono nomi della scena punk cittadina, i Frankie Goes To Hollywood coagulano nel 1980 – al Bridewell Centre di Liverpool, ex stazione di polizia utilizzata dai gruppi emergenti come sala prove – intorno al frontman Holly Johnson, al batterista Peter “Ped” Gill, al (fenomenale) bassista Mark O’Toole, al chitarrista Brian “Nasher” Nash, e a Paul Rutherford scenografica figura di contorno.

I Frankies hanno fatto gavetta e si sono costruiti fama di buoni live performer suonando spesso al Warehouse di Leeds e al Eric’s della loro città, noto per dare spazio ai musicisti di buon potenziale non ancora affermatisi. E hanno ottenuto uno slot nella trasmissione di John Peel dove hanno suonato la maggior parte dei brani che costituiscono il contenuto della cassetta demo che hanno recapitato a una miriade di etichette senza ottenere riscontro.

Poi, come detto dopo la folgorante esibizione a The Tube, ecco l’anima venduta al Diavolo che porta il primo contratto. “Abbiamo firmato con loro perché erano l’unica etichetta interessata alla band”, ha dichiarato Brian Nash nel 2012. “Sebbene gli anni ‘80 fossero visti come tempi liberati – continua il chitarrista – c’era ancora molta gente che non aveva tempo per gli omosessuali, per non parlare di quelli che giravano in mutande di pelle e paracosce. Ci è stata lasciata la scelta di tornare a Liverpool e riorganizzarci per un altro assalto, o di accettare il contratto che era sul tavolo. Il nostro avvocato ci disse che era una schifezza, ma era l’unica schifezza sul tavolo, e nonostante il pessimo accordo avremmo lavorato con Trevor Horn”.

Quello tra la ZTT e i Frankies sarà stato anche un pessimo accordo, ma la scelta di affiancarsi a Horn si rivela una mossa da migliore dei mondi possibili: il produttore non è il Diavolo ma uno che, come dice il popolare andazzo, in sala di registrazione ne sa una di più del cornuto figuro.

Il produttore in quel momento era impegnato con i Foreigner, ma è talmente convinto del potenziale di Relax che mette in stand by il progetto anglo-americano per dedicarsi in toto ai ragazzi di Liverpool.

“Suonava malissimo, non riuscivano a suonarla a tempo”, ha detto Horn nel 2014. “Quando abbiamo firmato con la band non mi hanno mai detto che il chitarrista che aveva suonato sui demo se n’era andato per dedicarsi all’idraulica. Il bassista e il batterista erano bravi, il cantante era brillante e il brano era fantastico, ma era un brano insolito, una specie di jingle sul sesso”.

Horn si chiude nei SARM Studios con il chitarrista Steve Lipson e il tastierista Andy Richards per provare la canzone in più modi, insistendo fino a quando la quarta versione arriva a soddisfare tutti. “Eravamo in quattro o cinque nella sala di controllo, nessuno dei Frankies purtroppo, e abbiamo trascorso le quattro o cinque ore successive a lavorare su questo arrangiamento piuttosto complesso di Relax. Holly e Paul sono arrivati verso le 23:00, gli ho fatto sentire la canzone, l’hanno adorata e hanno iniziato a ballare per lo studio”.

Uscito il 24 ottobre 1983, Relax – solo Johnson e Rutherford hanno lasciato il segno, il resto è lavoro dei session man – parte come un diesel. Il brano mette il turbo dopo la partecipazione a Top Of The Pops il 5 gennaio 1984 e la messa al bando da parte del solito DJ bacchettone di BBC Radio 1 l’11 gennaio, scandalizzato da copertina (che in un primo momento gli stampatori si rifiutarono di pressare) e contenuto dei testi: la mossa che ottiene sempre l’esito opposto a quello voluto, cioè spingere la gente verso l’oggetto della censura. Il 24 gennaio, infatti, Relax balza n° 1 vendendo due milioni di copie solo nel Regno Unito.

Frankie Goes To Hollywood - Two Tribes
Holly Johnson, Frankie Goes To Hollywood, stil dal clip “Two Tribes”

Il ferro è caldo e va battuto. Two Tribes, il secondo singolo, toccherà il vertice della classifica di vendita UK il 10 giugno 1984, posizione mantenuta fino ad agosto, quando Relax risucchiata al n° 2 farà dei Frankie Goes To Hollywood i primi ad avere due singoli al vertice in contemporanea dopo il caso dei Beatles nel 1968 (Hello Goodbay, Magical Mistery Tour EP).

Va detto però, al netto di quanto i Frankies siano stati mossi a piacimento dal burattinaio Trevor Horn e dai suoi accoliti, e a discapito dei detrattori che hanno liquidato il progetto con troppa sufficienza, che Welcome To The Pleasure Dome non è solo musica di contorno ai singoli che hanno fatto epoca e l’hanno strattonato verso la vetta. Soprattutto se si considera che si tratta di un album doppio, costosa conformazione discografica cui l’industria musicale accondiscende di rado, solo nel caso nel quale la carne da mettere a fuoco è davvero di prima scelta. Soprattutto se di mezzo c’è un volpone come Horn. Welcome To The Pleasure Dome, per dirla con una perifrasi che i Frankies approverebbero, forse anche lo stesso Paul Morley responsabile della campagna di marketing del disco che nella sua visione doveva essere “un assalto strategico al pop”, non è solo un perno (quello del giradischi) che infila il buco (del vinile). In altre parole non è solo l’atto d’insolenza di una band a trazione sessuale homo che come mai visto in precedenza, ma offre tanto sfaccettature stilistiche impreviste quanto questioni “filosofiche” di fondo dall’urgenza universale. Come l’antimilitarismo di War (cover di un brano di Norman Withfield e Barrett Strong inciso per la prima volta dai Temptations) e della già citata Two Tribes.

Come non considerare una suite (cavallo di battaglia del Prog rock) l’intera prima facciata: con l’introduzione di Well…, The World Is My Oyster decisamente à la Vangelis, gli oltre 13 minuti di Welcome To The Pleasure Dome innervata da inserti strumentali e impreziosita dai decori acustici di Steve Howe (icona del Prog rock, appunto) chitarrista degli Yes, dei quali Trevor Horn aveva fatto parte nella tormentosa (per lui, soprattutto) parentesi di Drama e relativo tour.

The Ballad Of 32, dall’andamento onirico/psichedelico, floydiano; la riuscita cover di Born To Run dal piglio new wave, e Fury cover di Ferry Cross The Mersey di Gerry And The Pacemakers, sentito tributo a Liverpool, i pezzi forti della “SIDE THREE stay frankie stay”.

Krisco Kisses, anche più oltraggiosa di Relax, che riaccende il mondo gay evocando la pratica del fisting (“You fit me like a glove, my love / My little puppet glove”) e riferendo alla margarina come lubrificante anale; The Only Star In Heaven, composizione psicotica, tripolare: funky, soul, rock, dal finale che culla tra sogno e incubo; e the Power Of Love sono i ruggiti della quarta facciata. Quest’ultima il terzo singolo estratto dall’album che fa il botto. Meritatamente.

Agli antipodi delle tumultuose Relax e Two Tribes, The Power Of Love è un finale da Opera, melodrammatico, grandioso, smaccatamente ruffiano ma terribilmente centrato. In un disco dai contorni labili, dove chi ci mette la faccia è accompagnato spesso per mano, suona terribilmente sincero. E Holly Johnson tocca il vertice: “Make love your goal” cala come un asso pigliatutto; inappuntabile il messaggio, impareggiabile il cantante. Inarrestabile la versione 7” che diventa il terzo n. 1 consecutivo dei Frankies (come fatto da Gerry And The Pacemakers: dunque quasi un vaticinio la scelta di eseguire la cover di Ferry Cross The Mersey).

La novità semmai, è l’inversione a “U” in fatto di iconografia: dopo tanto sesso, guerra, irruenza giovanilistica (Born To Run), in copertina del singolo ci finisce l’Assunzione della Vergine, un dipinto del XVI° secolo di Tiziano, orgoglio italico, che si trova a Venezia, nella Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Mentre il video mette in scena la Natività, forse semplicemente perché il singolo esce in prossimità delle festività natalizie. Scelta che stride, vista l’opinione che ha sempre avuto il mondo cattolico di quello omosessuale. Di certo uno dei tanti escamotage per spiazzare. Sorprendere al pari dei sottili giochi di enigmistica vocal/sonora disseminati, che passano per lo più inosservati ma meritano la sottolineatura. La presenza di Chris Barrie, eccone uno, è una mina sarcastica vagante.

Barrie è un comico, attore e imitatore che si affaccia più volte dal disco (e verrà “usato” anche per gli Art Of Noise): è lui che interpreta Ronald Reagan predicante l’amore in War; lui che imita il Principe Carlo che riflette sugli orgasmi al suono “regale” di una fanfara nella ghost track di pochi secondi dopo Two Tribes; lui che in un tripudio di tastiere degne ancora degli Yes, ancora nei panni di Ronald Reagan, cala il sipario annunciando “Frankie say no more”. Frase sibillina che sembra preannunciare la fine della band, che basta allungare il collo e già la si vede, là in fondo.

Campione di vendite, Welcome To The Pleasure Dome è il prodotto di un mostro di Frankenstein aggiornato e corretto. Trevorn Horn nei panni dello scienziato, i cinque ragazzi di Liverpool cuciti insieme a formare una creatura – senziente e capace di agire di propria volontà una volta instillata in essa la vita, almeno fino a un certo punto – che non si era mai vista e forse mai si rivedrà in tale guisa nel mondo del rock.

Osservandolo con sufficienza, o dall’alto dell’ascoltatore con la puzza sotto al naso, si può fare spallucce o storcere l’appendice olfattiva. Quando un fenomeno lascia un segno indelebile in una epoca, però, il minimo che si può fare è tenerlo in considerazione. Blockbuster, gioco di prestigio sonoro, o più vero di quanto si voglia considerarlo o sia stato tramandato, un cosa è certa: non si può guardare alla colonna sonora degli anni ’80 senza considerare Relax e Welcome To The Pleasure Dome. Frankie dice “the world is my oyster”.

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