Recensioni

7.5

Non giriamoci intorno: uscire con un libro così, oggi, è operazione rischiosa. Doppiamente rischiosa. Infatti, se da un lato può esporsi a critiche di revisionismo e – al tempo stesso – accondiscendenza nei confronti di chi oggi siede sulle poltrone del potere, dall’altro proprio questi ultimi potrebbero rivelarsi assai sensibili – diciamo così – al periodo preso in esame in queste pagine, e di conseguenza non gradire il fatto stesso che se ne scriva. Stiamo parlando, ebbene sì, del Ventennio. Due decenni – dal 1924 al 1944 – che nella fattispecie vengono ripercorsi attraverso la lente delle canzoni che abitarono l’etere, diffuse cioè dall’Eiar, l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, fondato appunto nel 1924. 

Si tratta di canzoni – qui ne sono state selezionate 130 – a cui il tempo ha riservato un trattamento nevrotico, concedendo ad alcune la gloria popolare (con annessa purificazione, quando necessario), ad altre la condanna (spesso, va da sé, meritata), ad altre ancora l’oblio (non sempre meritato). Qualche titolo, tanto per capirsi? Bambina innamorata, Parlami d’amore Mariù, Ba ba (baciami piccina), Fiorin fiorello, Lacreme napulitane, Non ti scordar di me, Un’ora sola ti vorrei, eccetera. Assieme a queste, a tessere una trama nella quale non è semplice distinguere sentimento e propaganda, gli altoparlanti sciorinavano ariette famigerate come Giovinezza!, Inno al Duce, Faccetta nera, Vincere! Vincere! Vincere! e via fascisteggiando.

Fatto è che le canzoni, nel loro essere sempre implicate con il tempo che le vede nascere, da cui emergono anzi sbocciano, come fiori dolciastri o velenosi che si nutrono di quello che il frangente storico mette a disposizione, le canzoni, dicevo, conservano a loro modo un certo grado di purezza (che è poi quanto si evince dall’intervista a Francesco Guccini in sede di postfazione). Proprio perché anche nel loro venire ridotte a puro strumento politico, rimangono pur sempre testimonianza, chiedono all’ascoltatore lo sforzo dello scavo e della cornice. L’alternativa è la cancellazione, che però conserva intero l’errore e casomai l’orrore, lo stiva nel cassetto. Lo conserva indigerito.   

Ecco, in questo Eiar Eiar Alalà – che ovviamente è calembour del celebre motto dannunziano – di scavo e cornici ce ne sono di puntuali, agili e circostanziate. Per oltre trecento pagine i due autori – uno è Federico Pistone, giornalista del Corriere della Sera, l’altro è Franco Zanetti, direttore della storica webzine Rockol – passano in rassegna cronologica canzoni di ogni risma e caratura, descrivendo il che e il come del loro concepimento, ripercorrendo con poche ma ficcanti pennellate la storia degli autori, ricorrendo alla cronaca e all’aneddotica per incastonarle in maniera vivida nel quadro generale. 

Il risultato è un setaccio in cui rimangono raccolte particelle di Storia in varie forme, sia quella ad alto livello che quella ad altezza d’uomo. Di fatto, stiamo parlando di questo: un modo alternativo di fare Storia, scegliendo come sonda e cartina tornasole la canzone, al servizio di un regime che ne aveva capito il ruolo consolatorio e aggregante, ma anche inevitabilmente espressione del sentire diffuso, del fantomatico ma pur sempre significativo “spirito del tempo”, che sfugge in molti modi – spesso curiosi, talvolta sorprendenti – alla storiografia ufficiale.

Vedi allora come da una altrimenti insospettabile Maramao perché sei morto? affiorino complesse radici popolari e messaggi obliqui, oltre che costituire un ottimo pretesto per rievocare la vicenda di un fenomeno tutt’altro che banale (anche umanamente) come il Trio Lescano. Oppure si prenda Bombolo, che oggi finirebbe stritolata  – non senza qualche ragione – nelle forche caudine del body shaming, ma che dietro al nonsense cova intenti satirici assai coraggiosi, mentre in filigrana e per contrasto racconta la mitologia dell’atletismo finalizzata a forgiare un popolo di “novelli campioni”. O ancora si prenda quella Crapa pelada – musica di Gorni Kramer, testo di un giovanissimo Tata Giacobetti – che rilegge in chiave foxtrot (vagamente ellingtoniano) una filastrocca tradizionale slalomeggiando tra evidenti prese in giro al Duce e guadagnandosi quasi ottant’anni più tardi una sorprendente citazione in Breaking Bad. O infine vedi come Casa mia costituisca una struggente testimonianza dello sventramento edilizio di Trastevere, mentre lo swing arguto di Ma le gambe coincida non certo a caso con l’invenzione (e l’imporsi nell’immaginario collettivo) delle calze di Nylon.                  

Lettura insomma intrigante e nutritiva, anche per come sa riorientare lo sguardo sul senso stesso della canzone rispetto a un frangente storico. Presente incluso.

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