Recensioni
Confrontate il calendario di questo nuovo tour di Franco Battiato con quelli dei colleghi attualmente in giro per la Penisola e scoprirete che le date del siciliano sono tante, molte di più della concorrenza, in Italia e fuori, nonostante la crisi e una presenza sui palchi che in questi ultimi anni è stata pressoché costante. Il motivo di un tale successo lo si deve certo alla fortuna di Apriti sesamo, in verità episodio minore della discografia del nostro, e ad un pubblico sempre e comunque adorante, magnetizzato dal Maestro, che canta e ricanta dalla prima all’ultima tutte le parole dei brani. Un pubblico, direbbero quelli del marketing, fidelizzato, che si beve d’un fiato anche concerti buoni ma certo non eccezionali come quello al Carlo Felice. Dove Battiato apre snocciolando una dietro l’altra le tracce dell’ultima fatica in studio per poi buttarsi in un classico e molto divertente juke-box cantato e suonato benissimo da una band in assetto rock (Simon Tong dei Verve e Davide Ferrario alle chitarre) ma con quartetto d’archi.
Ed è proprio questa la forza in più di Battiato rispetto ai colleghi: poter piazzare un’ora e mezza di hit o quasi, concedendosi il lusso di escludere addirittura Centro di gravità permanente per lasciare invece posto ad un medley un po’ didascalico – ma parecchio suggestivo – di brani tratti dal periodo settantiano (Da oriente a occidente e Sulle corde di Aries) ma anche a un frammento da brividi – con tanto di apparato video alle spalle (danzatori indonesiani dalla fisicità ieratica) – della recente opera in ologrammi Telesio. Ai concerti di Battiato ci si diverte parecchio, ma si respirano anche ampie boccate di spiritualità sincretica – per chi ci crede e non percepisce quel sottile filo di voluto artificio popular – che sfociano a metà set in una versione a dir poco verticale de L’ombra della luce.
Fa niente, allora, se l’ispirazione odierna non è delle più feconde (bei tempi quelli de L’imboscata e Gommalacca): nel desolante panorama del music business italico in crisi non solo economica, Franco Battiato sta raccogliendo i frutti di un percorso inquieto, molto personale, dunque estremamente diagonale rispetto alle logiche aduse ad ogni stagione. Il suo è un sottile gioco di escapismo, un’illusione di grazia supportata da tanta perizia e non meno passione. Che sul palco rimane – come ogni gioco d’incanto – sempre affascinante. Chapeau.
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