Recensioni

6.5

Franco Battiato è uno a cui piace fare quello che gli va, talvolta rischiando di inoltrarsi in strade dagli esiti non troppo felici – vedi la recente passione cinematografica – ma sempre con un senso di libertà che alimenta un’indole curiosa e raramente sazia. Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti arriva ad un anno dall’ultimo episodio della saga Fleurs e scartando di netto l’ipotesi antologia natalizia si presenta come disco a tema formato da materiale vario. In ordine di apparizione: tre inediti (di cui diremo dopo), quattro brani già incisi e qui proposti in nuova veste (in realtà non troppo difforme da quella originaria, a parte per Haiku, privata del cantato femminile in arabo), una cover (Inverno di Fabrizio De André, rifatta in versione da camera come il primo Fleurs) e due b-side dal capolavoro Gommalacca (Incantesimo e Stage Door) giustamente ripescate perché tutt’altro che minori.

Per quanto riguarda i brani nuovi, il dato più importante della composita track-list , pare che Battiato abbia ritrovato un buono stato di forma, almeno al confronto con le prove autografe più recenti che denunciavano – a volte a partire da titoli involontariamente programmatici, come nel caso de Il vuoto (2007) – la distrazione verso il cinema del loro titolare. Qua invece torna una certa verve, con ancora quel tanto di mestiere che basta a portare la barca in porto sempre e comunque ma anche con alcune belle idee.

E’ il caso del singolo title-track, techno-pop contagioso con classico florilegio di tastiere nonché secca bastonata nella prima parte del testo ad una classe politica sempre più in stile Satyricon – a cui Battiato contrappone il tema cardine di una vita protesa al verticale. Transitoria invece Tibet, dedicata ai massacri cinesi nella terra che dovrebbe essere del Dalai Lama e cantata in un inglese dalla pronuncia come al solito scolastica. Pienamente riuscita infine U’ Cuntu, lamentazione sepolcrale dai toni gravi metà in dialetto siciliano e metà in latino posta in chiusura come sigillo («‘Usennu stamu piddennu ‘u sennu / ti ni stai accuggennu unni stamu jennu a finiri») del tema dominante in tutto il disco. Ovvero – azzardiamo l’esegesi – quella mancanza di senso (della vita e delle cose nel loro valore reale) che rende appunto il tutto qualcosa di più della somma delle sue frammentazioni.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette