Recensioni

Con Franco Battiato – Il lungo viaggio, Rai Fiction porta sullo schermo (dopo un breve passaggio cinematografico) un biopic dichiaratamente pensato per il grande pubblico più che per i cultori irriducibili del cantautore siciliano. Ciò nonostante, pur muovendosi entro coordinate narrative accessibili e talvolta rassicuranti, il film riesce a essere un prodotto sorprendentemente godibile, capace di intrattenere per due ore senza cedimenti e di restituire, almeno in parte, il fascino enigmatico di Franco Battiato.
Merito di Renato De Maria, che è uno dei punti di forza dell’operazione. Grazie alla sua regia il ritmo è ben calibrato, la narrazione scorre fluida nonostante la durata importante (119 minuti), e il racconto evita l’effetto didascalico che spesso affligge i biopic televisivi, specialmente quelli di mamma Rai. Il montaggio, consapevole del recente successo dei biopic musicali, inserisce sequenze quasi “karaoke” che chiamano implicitamente in causa lo spettatore, invitandolo a cantare mentalmente — e talvolta non solo — i brani più celebri (ci sono proprio tutti). Una scelta furba, popolare, che funziona sempre e che crea un ponte emotivo immediato tra schermo e platea.

Ma la vera chiave del film è l’interpretazione di Dario Aita (che avevamo già visto in Parthenope di Paolo Sorrentino). Esattamente come Luca Marinelli in Fabrizio De André – Principe Libero, Aita non cerca mai l’imitazione, né la copia pedissequa di tic e inflessioni, pur restituendoli fedelmente. Piuttosto, costruisce un Battiato filtrato dallo sguardo del pubblico che lo ha amato tra gli anni ’70, ’80 e ’90: un artista talvolta arrogante e sfrontato, altre volte distante, quasi imperscrutabile, avvolto da un’aura mistica che lo rendeva insieme popolare e inafferrabile. È in questo equilibrio tra carisma e sottrazione che l’attore trova la misura giusta, offrendo una prova intensa e credibile.
Il vero limite è l’assenza di un vero contesto. Il film accenna appena alla scena musicale coeva — con fugaci riferimenti ad artiste della sua orbita come Alice e Giuni Russo — ma evita di approfondire il panorama discografico che rese la proposta di Battiato così dirompente. Uno sguardo più marcato all’industria musicale dell’epoca avrebbe aiutato a comprendere meglio la portata innovativa delle sue scelte sonore e stilistiche. Allo stesso modo, il quasi totale silenzio sul contesto storico — dagli anni di piombo alla stagione delle stragi — priva il racconto di quella stratificazione che avrebbe potuto renderlo più complesso e meno lineare.
Sono, tuttavia, mancanze che non impediscono all’opera di arrivare alla sufficienza. Franco Battiato – Il lungo viaggio sceglie consapevolmente di concentrarsi soprattutto sul percorso interiore di un artista che è stato un autentico camaleonte della musica italiana, attraversando generi, fasi spirituali e mutazioni creative con una coerenza tutta personale. Il risultato è un film accessibile, scorrevole, spesso divertente, che pur senza addentrarsi nelle pieghe più profonde del personaggio riesce a restituire il senso di un itinerario umano e artistico unico nel suo genere.
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