Recensioni

Del tutto inaspettatamente, qualche giorno fa, mi sono recato in un cinema di Bruxelles per assistere alla proiezione di Identificazione di una donna, quattordicesima e ultima prova in solitaria dietro la macchina da presa di Michelangelo Antonioni e mi è sembrato subito naturale accostarlo al decimo film di Paolo Sorrentino, Parthenope, vista la delusione che entrambi mi hanno provocato, sia nel corpo che nella mente, una volta terminata la visione.

Il maestro e artefice di autentici capolavori che rimarranno scolpiti nella storia del Cinema come L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso, Blow-Up e Professione: reporter, sembrava quasi essersi ridotto all’ombra di se stesso, abbattuto dal degrado della società (soprattutto italiana) circostante alla fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 (con Silvio Berlusconi pronto a investire come un uragano il costume e la politica per i vent’anni successivi). Con Identificazione di una donna, è evidente l’incapacità di Antonioni, ormai 70enne, di capire e indagare nuove soluzioni narrative volte a sbrogliare il tormento delle relazione sentimentali e inter-personali, riducendo il tutto in maniera un po’ troppo sbrigativa al solito conflitto tra classi sociali distanti e impenetrabili tra loro (il protagonista, un regista in cerca di ispirazione, ha una relazione con una donna aristocratica e successivamente con una borghese).

Identificazione di una donna (Michelangelo Antonioni, 1982)

Chiaramente, la messa a fuoco di Antonioni appare sbiadita, ma non per questo non è degna di considerazione: il suo pessimismo è ormai cosmico e il suo protagonista è consapevole che il suo rapporto con l’altro sesso è ridotto a poche e semplici convenzioni (come l’atto sessuale stesso, che diventa non solo simbolo di potere ma ancora di salvezza per l’anima). Tuttavia, il risultato è un film che non graffia quasi mai nelle sue oltre due ore di durata ed è accompagnato da una messa in scena finanche troppo “modaiola” per lo stile a cui ci aveva abituato. Se in passato il maestro era stato precursore, nel 1982 si ritrovava ampiamente superato a sinistra dai suoi eredi, ma gli va dato almeno atto di averci provato.

Tre anni dopo È stata la mano di Dio, Sorrentino sceglie di rimanere nella propria città natale per un racconto che si propone di illustrare e indagare le mille sfaccettature e le contraddizioni di Napoli, a partire dalla sua protagonista – la prima volta per una donna in un film del regista – che è insieme persona e personaggio, donna e dea, giovanissima e senza età. Dalla (auto)biografia, Sorrentino passa alla descrizione di un luogo nevralgico, coloratissimo e grottesco, mistico e trasudante di verità perdute o nascoste senza mai riuscire a cogliere però davvero quell’infinito e quello slancio verso la bellezza inscalfibile che la giovane Parthenope sfoggia con malinconica pesantezza: una maledizione vera e propria, terribile e letale per tutti coloro che la circondano.

A differenza dei precedenti tentativi di Sorrentino di indagare il trascorrere del tempo, Parthenope è probabilmente quello più ambizioso (ben oltre la patina fastidiosamente kitsch di Youth), anche se stavolta la sua ricerca si impantana forse troppo a lungo dietro i siparietti e gli episodi che formano la cronaca di una giovinezza perduta e sognata, sequenze più vicine a una parodia del proprio stile che a una vera e propria maturazione. Persino il lucido post-modernismo di L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore e Il divo non trova più spazio nel suo cinema, lasciando campo libero a sproloqui più o meno insulsi su esistenzialismo, bellezza e mortalità, ellissi paradossalmente statiche e incastonate in un presente che vorrebbe diventare eterno.

Celeste Della Porta in “Parthenope” (Paolo Sorrentino, 2024)

Non mancano certo inframezzi degni di nota, e il personaggio di Silvio Orlando è già uno dei più memorabili della filmografia del regista, ma più passano gli anni (e i film) più si ha l’impressione che Sorrentino si sia davvero convinto di saper mettere in scena l’Arte, la Poesia e il Cinema con le maiuscole, quando alla fine quello che rimane nella testa e nel cuore al termine di ogni suo maldestro tentativo è l’ennesima dimostrazione di una superficialità magnificamente nascosta dietro un quadro grottesco ormai assimilato e digerito, per di più all’interno di quella Napoli a lungo ripudiata che qui torna quasi per “moda”, visto il recente successo sia al cinema che sul piccolo schermo.

Insomma, che Sorrentino non fosse Antonioni (e nemmeno quel Fellini che continua instancabilmente a citare) lo avevamo già capito da un pezzo, ma certa critica – forse trascinata da un pubblico (social) oltremodo prostrato – fa una fatica tremenda ad andare oltre, a scavare più in profondità, ad ammettere che magari arrivando al nucleo di questa raccolta di sequenze ben dirette c’è davvero poco, pochissimo che valga la pena salvare e di sicuro è davvero deprimente che una storia che verte tutta sull’inesorabilità dello scorrere del tempo non dialoghi nemmeno per un momento con questo presente funereo (e la sequenza finale con la vittoria dello scudetto del Napoli è davvero uno dei punti più bassi di una filmografia smarrita e senza bussola) o abbia un qualche timido tentativo di slancio verso il futuro (bello o brutto che sia).

Antonioni e Fellini, nell’ultima parte della loro carriera, venivano bacchettati e bocciati (in alcuni casi pienamente a ragione), Sorrentino invece continua a prosperare per un motivo apparentemente insondabile ma inesorabilmente figlio di questi tempi. E aggiungerei che il pur “brutto” Identificazione di una donna vale almeno dieci volte il dimenticabile e “ambizioso” Parthenope.

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