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Franco Battiato festeggia i 69 anni con un concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma all’interno della rassegna “Fonèka”, centrata sulla voce e sul potere del suono. In una piccola sala di appena 1200 posti a sedere, che lo accoglie con il classico “tanti auguri a te”, il maestro catanese esordisce mettendo subito le cose in chiaro, con il solito piglio ironico: “Oggi non canterò. Si tratta di un concerto sperimentale come quelli che facevo negli anni ’70: durerà circa settanta minuti ma a voi sembrerà di assistere a un concerto di Wagner di quattro ore…”.

Il palco è spoglio ma essenziale, con un pianoforte, il caro VCS3 e due laptop utilizzati da Pino “Pinaxa” Pischetola. Prima di iniziare a suonare, Battiato spiega alla platea alcuni trucchi del mestiere, che gli fecero vincere il premio Stockausen nel 1979 con il brano L’Egitto prima delle sabbie. Il resto è una prova di forza tecnica dell’artista, tra voci filtrate, distorsioni e sospiri elettronici, accompagnati da giochi sintetici che riempiono la sala di un’aura scurissima e dolce allo stesso tempo. Come detto in precedenza, non c’è spazio per le canzoni ma, quando meno te l’aspetti, Battiato pronuncia frammenti di tracce come Inneres Auge (2009): “Come un branco di lupi /che scende dagli altipiani ululando / o uno sciame di api, accanite divoratrici di petali odoranti / precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina” o “Le pareti del cervello non hanno più finestre” (New Frontiers, 1982), su tappeti a volte orientali e mistici, a volte malinconici e tenebrosi che avranno sicuramente spiazzato chi è abituato alla classica esibizione “pop”, nonostante quest’ultimo sia un termine troppo generalista per un musicista di tale caratura.

Il silenzio è totale, quasi religioso, e anche i flash delle macchine fotografiche che solitamente infestano i concerti, stavolta sono ridotti al lumicino. Non si può perdere neanche un attimo, consapevoli che un concerto del genere da parte di Battiato è cosa più unica che rara, e la chiusura di Propiedad Prohibida (1974), cavallo di battaglia degli anni più all’avanguardia, non fa che confermare la grandezza di un’artista che più di altri in Italia dimostrò di essere avanti anni luce rispetto alla gran parte della scena musicale di quell’epoca. Senza ruffineria alcuna, e nonostante la delusione di quelli che, a fine concerto, recitano il mantra “Eh, però qualche canzone poteva pure farla”.

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