Recensioni

Ci sono molti modi per tentare di raccontare la vicenda umana ed artistica di di Don (van) Vliet, musicista-pittore californiano, nato in quel di Glendale, un giorno di metà gennaio del 1941. Francesco Nunziata ha scelto il più classico ma non privo di insidie: la narrazione cronologica, rispettosa di fatti ed eventi, che nel caso di Captain Beefheart e della sua Magic Band si traduce in un’epica dove genio e sregolatezza vanno a braccetto. Innanzitutto c’è da domandarsi, e il critico della webzine Ondarock lo fa, che tipo di genio sia quello del Capitano Cuor di bue. Risposta secca: è un genio del tipo fai-da-te, ossia un primitivista, uno che sa che è la sostanza (dell’intuizione artistica) che influenza la forma (della invenzione artistica). A testimoniarlo ci sono una serie di capolavori, tutti usciti a 33 giri durante i due periodi di suo massimo splendore: cioè quello che va dal 1967 al 1970, e quello che va dal 1978 al 1982. I titoli delle pietre miliari beefheartiane sfornate in quegli anni sono noti a tutti i cultori del rock più creativo; a cominciare dall’esordio Safe As Milk, passando poi a Strictly Personal, Trout Mask Replica (uscito nel 1969 e indiscusso capolavoro di Don) e Lick My Decals Off, Baby; e ancora l’inedito (almeno fino al 2012) Bat Chain Puller, e quindi i suoi “figliocci”: Shiny Beast, Doc At the Radar Station, Ice Cream For Crow (che segnerà il suo definitivo ritiro dalla scene, nel 1982). Nel mezzo, il periodo “commericale” di Don (che toccherà il suo nadir nel 1974, col banale Bluejeans & Moonbeans). Ciò detto, il saggio di Nunziata è importante in quanto coglie la radice dell’innovazione stilistica beefheartiana e la colloca nel suo tempo: perché Don era capace, e come lui nessuno mai, né prima né dopo, di prendere il blues di Howlin’ Wolf (l’estensione del “ruggito vocale” di Don era davvero impressionante), miscelarlo alle intuizioni del free jazz e alla fine farne una specie di… ecco: di che cosa, esattamente? No, perché le partiture sbilenche che ascolterete in Trout Mask Replica – strimpellate inizialmente al piano da Don e poi tradotte in partitura da uno dei membri della sua band, John Stephen “Drumbo” French – sono la cosa più vicina all’improvvisazione (pur non essendola) che il rock (ma era poi tale?) abbia mai prodotto. Miracolo!
Mai prima nella storia di ciò che chiamiamo pop(ular) – qualsiasi cosa voi intendiate per esso – era accaduto che della musica fatta per vendere fosse col tempo riconosciuta come una delle espressioni artistiche più radicali del Novecento (accanto a uno qualsiasi dei vostri eroi d’avanguardia preferiti: tipo Picasso, Dalì, John Cage o Stockhausen, per citarne solo alcuni). Nunziata ne è consapevole, e infatti ci guida attraverso un sapiente mix di aneddoti di vita personale, analisi musicale e deduzioni ficcanti verso la decodificazione del personaggio Beefheart, finalmente inteso non tanto come una specie di idiot savant (cosa che molti pensano ancora oggi, e che in fondo pensava anche uno degli amici/nemici storici di Don: il mitico Frank Zappa), quanto piuttosto come un genio espressionista che sa attingere alla propria interiorità in maniera unica (infatti ribadirà più e più volte nel corso della sua carriera che, in lui, in fondo, pittura e musica sono un’unica cosa). Per il resto, il libro che ho sotto mano è destinato ad imporsi come un punto cardine nella bibliografia sul nostro personaggio, perlomeno entro i confini del Bel Paese.
Non lasciatevelo quindi sfuggire. E se ancora non conoscete a fondo la figura di Beefheart, accettate il seguente consiglio: ascoltate i dischi da noi citati con attenzione, poi immergetevi nella lettura di Captain Mask Replica. All’improvviso tutto vi sarà chiaro, e sarete per sempre avvinti al Culto Beefheartiano.
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