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Francesco Di Bella rientra in quella speciale schiera di cantautori italiani che ha raccolto poco rispetto alla statura del proprio canzoniere. Dalla metà degli anni ’90, con i 24 Grana, fino al percorso solista inaugurato con il progetto Ballads Cafè, il musicista campano si è distinto per la sua fanciullesca curiosità per uno spettro sonoro dal respiro diaframmatico, capace ora di espandersi fondendo dub, reggae e alt-rock, altre di contrarsi a favore di una dimensione acustica, asciutta ed essenziale e in grado di esaltare il lirismo delle sue composizioni.

Un percorso lungo ed un’attività live frenetica che lo hanno portato a condividere pezzi di strada con altrettanti artisti nostrani: ne è testimonianza l’album che omaggia la carriera di Di Bella, Play with Me (2022), e che vede, tra gli altri, la partecipazione di Cesare Basile, il compianto Paolo Benvegnù, Pierpaolo Capovilla, Riccardo Sinigallia e Marina Rei, utile a ribadirne il peso giocato dall’artista all’interno del panorama indipendente italiano.

Il nuovo disco Acqua Santa si inserisce naturalmente in quel sentiero marchiato a fuoco da ‘O Diavolo, lavoro contraddistinto da un cambio di rotta deciso in relazione al ‘suono’, lì roboante e potente, in bilico tra indie-folk e Neapolitan Power, distorto e disturbante come un J. Mascis partenopeo e “sviluppato attorno alla figura diabolica, intesa come simbolo di divisione, spauracchio, capro espiatorio degli sbagli dell’uomo”.

Provando ad unire i punti, il nuovo disco può essere considerato il rovescio della medaglia di un concept che ha alla base la natura ossimorica dell’espressione “il diavolo e l’acqua santa”, rintracciando nella natura salvifica dell’Amore il fulcro della nuova narrazione. E, riflettendoci, di ‘amore’ ha scritto e cantato Di Bella in più di trent’anni di attività traducendo, attraverso la musicalità della lingua napoletana, un immaginario in grado di raccontare tradizioni, contraddizioni, filosofia popolare e nervature politiche di una terra complessa come quella partenopea.

La Napoli che con le sue mille voci e ombre non ha mai rappresentato per Di Bella un punto di arrivo ma sempre di (ri)partenza, la vediamo tramutarsi in uno specchio di Acqua Santa, metafora di rifrazioni amorose che rifuggono ogni forma di retorica: l’amore pragmatico di Menamme ‘e mmane, supportato da un arrangiamento di harrisoniana memoria; quello resistente (Ll’ammore è ‘na muntagna ‘e prete e carità, e ‘ngopp’ a tuttoce stai sulo tu) di Stella che brucia, con il feat. di Colapesce e fiati suggestivi a definirne il profilo emotivo.

E non manca quell’indolenza da arreso sognatore che spinge il Nostro sui sentieri di ballate folk già ampiamente battuti (Canzoni), mentre gli intervalli sonori più interessanti – in cui l’intervento del producer Marco Giudici è palpabile – arrivano con il tiro nu-soul di N’ata luna, che trascina il neapolitan-sound in un futuro fatto di synth e campionamenti alt-pop, e con gli spazi percussivi in quota Nu Genea di Che ‘a fa?, che vede la partecipazione di Alice del giovane e brillante collettivo napoletano Thru Collected. Con lo scorrere indomito della title-track Acqua Santa, con il suo incedere ieratico, preso in prestito da antiche ritualità popolari, Di Bella chiude un cerchio in cui sacro e profano si incrociano, giusto e sbagliato si confondono e il giudizio sull’essenza più viva e cruenta dell’amore, intesa come per i latini a-mors (senza morte) è sospeso, quasi superfluo.

Acqua Santa, in appena otto tracce, soffia forte sul nuovo corso intrapreso dalla musica d’autore partenopea, qui in scia alle correnti di Kevin Morby, National e Wilco, non a caso spiriti guida di questa nuova prova.

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