Recensioni

5.8

L’impressione dei Foxygen come di un progetto per certi versi incompiuto, o comunque innocuamente citazionista, è confermata dalla sesta prova in studio del duo californiano. Vanno bene i rimandi e i riferimenti ma in fondo tanto vale ascoltarsi gli originali, è un po’ il refrain che ricorre in noi a ogni nuovo lavoro di Jonathan Rado e Sam France.

E se non suonasse troppo brusco dopo la miseria di un paio d’ascolti il “beh, tutto qui?” di reazione a caldo, invece che rimandato a un’analisi che per “galateo” si vuole più approfondita, potrebbe essere speso subito senza risultare fuori fuoco. Era stato così anche due anni fa, quando vide la luce il precedente lavoro Hang. E se lì erano le orchestrazioni a farla da padrone, coi richiami a certo pop barocco easy listening di matrice principalmente 70s, tra Billie Joel ed Elton John, in Seeing Other People – prodotto dalla stessa band e molto più essenziale negli arrangiamenti – è principalmente il decennio successivo a dettare la linea, quegli anni Ottanta a cui Rado e France attingono bellamente, dall’alto di qualità tecniche/assemblative comunque indiscutibili, sempre con quel piglio caustico, intelligente e raffinato, il quale è probabilmente alla base – più che le stesse abilità in fase di scrittura – dell’altissimo hype che li circonda.

Il problema, però, è che non lasciano il segno, non pungono mai davvero. Neanche questo nuovo lavoro, infatti, si segnala per brani che restino davvero scolpiti. Tanta classe, per carità, ma sembra un po’ un rimirarsi l’ombelico crogiolandosi nelle proprie capacità senza davvero prendere una strada propria, decisa. E più del solito passatempo stante nell’indovinare le citazioni di cui è disseminato, questo sesto full-length dei Foxygen non offre. Un turbinare di echi 80s che in alcuni casi quasi sconfinano nel plagio (il che di per sè non è un’aggravante, intendiamoci). Il caso più eclatante è certamente The Thing Is, che nel rifarsi allo Springsteen di Glory Days finisce quasi per ricalcarlo. Ma non scherza neanche Livin’ A Lie, dove tra archi e tastiere riecheggia il Nick Cave di The Good Son. E il gioco, volendo, potrebbe continuare, tra un David Bowie di qua e un Gary Numan di là, con infilati in mezzo – tra gli altri – Prince, la disco-funk di Kid Creole & The Coconuts e i Roxy Music, in ossequio alla mai rinnegata verve glam del duo americano (la stessa copertina, del resto, ricorda le cover altezza primissimi Eighties di certo elettro/glam pop tipo Japan e Soft Cell).

Certo, non parliamo di un album da cestinare in toto – ci mancherebbe – qualche episodio che sta in piedi pur senza reggersi sulla spalla di qualche nume tutelare c’è, e in questo senso il rock/blues strascicato e lo-fi di Flag At Half-Mast, il quale a metà brano si trasforma in marcetta pop che poi a sua volta sfocia nel soul/R&B di The Conclusion, rappresenta forse il saggio di quanto questa band potrebbe fare se solo si applicasse un po’ di più.

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