Recensioni

6.8

Il ritorno di Fort Romeau al formato lungo avviene in concomitanza con l’allontanamento dalla pista da ballo, e nelle intenzioni dichiarate dall’artista non è affatto un caso. Rimasto orfano dei suoi rinomati dj-set, Michael Greene si è chiesto come riempire quel vuoto, ha riflettuto – dice – sul significato stesso della danza e della musica che ci fa danzare: il risultato è questo Beings of Light, dove gli esseri di luce sono angeli o fantasmi, forse ipotesi immaginate, immagini, sogni. Ma non ha così importanza, forse, l’aspetto contestuale. D’altronde qui il focus, l’abbiamo detto, non è niente di diverso dal potere del ballo. 

Il disco, che arriva ben sette anni dopo Insides, il secondo album di Greene, si apre sui 110 bpm di Untitled IV, ipnotico e incalzante oggetto dal sapore minimale e rarefatto che strizza l’occhio in maniera molto (troppo) ammiccante a The Field. L’atmosfera diradata sarà una costante dell’album: anche quando l’aria si fa più fumosa e clubbosa (Spotlights), con particolare riguardo alla NYC-house, oppure marziale nel minimalismo teutonico dell’episodio più oscuro (Ramona), il Nostro non perde mai il gusto per i dettagli.

I dettagli, ma anche la voce, perché è lei un altro elemento centrale nella colonna vertebrale delle produzioni: si fa elemento compositivo nella succitata opening track (stratificata e ossessivamente mandata in loop), oppure reminiscenza afro/r’n’b campionata su una The Truth che flirta con le lezioni di Andy Stott, prima di prendere il proprio volo ritmico e chiudersi su un Rhodes che quadra il cerchio nell’episodio forse più pulsante del lotto. Intendiamoci, il ritmo non manca mai, è l’obiettivo esplicito: c’è una Power of Grace edificata con pazienza nel diventare perfetto biglietto da visita di quella che è a tutti gli effetti una sfrontata dichiarazione d’amore per il dancefloor. Il titolo, poi, è lo stesso della foto scelta da Greene nella copertina dell’album: una fotografia in stile tableau vivant di Steven Arnold che per il producer sintetizza perfettamente le ambizioni trascendenti della sua musica. 

A ulteriore riprova (e come elemento che aggiunge un livello diverso di trascendenza), anche i momenti più atmosferici di questo Beings of Light, che lo vedono impegnato su tessuti depauperati dal beat, in una ricerca sonica apprezzabile (la seppur sciapa (In The) Rain) quando non suggestiva (il piccolo e attutito panorama noir sospeso di Porta Coeli, attraversato da un basso hauntologico). E poi c’è, in chiusura, la summa di un disco che come di consueto per gli standard di Fort Romeau, non ha timore di pescare qua e là: la title-track si muove dalle parti della club music globalizzata di Four Tet, e sembra mimarne le ambizioni ecumeniche. Dai dj-set al discorso discografico, il passo di Greene questa volta è calibrato con cura, per un lavoro ben orchestrato e dal giusto equilibrio. 

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