Recensioni
Matthew Barnes è un ragazzo pacato, una di quelle persone che fanno trapelare un senso di equilibrio recondito che si confà solo all’esistenza lenta e meditativa di un anziano saggio; quieto nell’indole quanto nei movimenti, ciondola pacifico nella sala semivuota del Locomotiv – le cui tende rosse richiamano le stanze del subconscio appartenenti alla fitta mitologia lynchiana – con un sorriso sornione, quasi soddisfatto e pacificato dall’ancora debole densità di corpi nella stanza. Porta un berretto di lana piegato sul cranio lucido e rasato, una fruit bianca che scopre delle braccia quasi totalmente tatuate e una barba folta e rossa, che tradisce le sue origini albioniche: Barnes proviene infatti da Wirral, una piccola città peninsulare a pochi km da Liverpool, uno di quei posti ignoti che si confondono sulla cartina con centinaia di sobborghi e lembi di territorio non tracciati, un ciuffo di paglia che si confonde nella moltitudine. Un porto di mare senza santi e poeti, certo, ma il cui retaggio e la cui conformazione geografica sono insite nella musica di Barnes, altresì noto come Forest Swords: i movimenti ondulatori e la fluidità delle basse frequenze portano la sua elettronica sui lidi della dub music e dell’ambient, infrangendo però quelle onde sonore sulla consistenza materica e mescolandola nella sostanza umida che è la terra, con le fugaci e taglienti lame che escono da una sei corde iper filtrata e ridotta all’osso che fendono tronchi d’albero come in un wuxia di Ang Lee. La palude sonora di Forest Swords è un qualcosa che ricorda molto da vicino i cieli grigi del fiordo isolano britannico, ma anche la compostezza, la staticità e il moto, il senso dell’ignoto e dell’esotico tipico della musica suonata dalle geishe nelle case di tolleranza del periodo Edo.
Come abbiamo potuto constatare quando, circa tre anni fa, siamo andati a scrutare da vicino il rituale di Forest Swords, è evidente come il producer britannico abbia trovato una formula che poggia costantemente su quest’alternanza di stasi e moto che si annullano a vicenda, quasi si respingono, in una danza sinuosa e ipnotica; la sua è musica che respira, è contraddittoria nel modo in cui mescola le carte ed incastra gli elementi in un’architettura sonora semplice e complessa al tempo stesso fatta di equilibri impercettibili. Le atmosfere fanno pensare a qualcosa di sacro e profondamente arcaico, dettato dalla presenza di suoni rarefatti e ambientali, come lo screpitìo di un focolaio che arde o lo scorrere di un ruscello, che riconducono ai riti ancestrali della Wicca e dei culti pagani animisti anglosassoni, echi di cori gregoriani, percussioni e sincopi tribali e i fiati tenui e le arpe del Giappone feudale. Sarebbe un peccato di arroganza derubricare la sua opera a mera equazione di piccole parti, quando in realtà si mostra più come un blocco, un megalito di Stonehenge in cui la componente sonora è solo parte di un tutto: i visual evocativi a cura del “conterraneo” Sam Wheel completano il rituale, mostrandoci i territori paludosi e i rami secchi, storti ed avvinghiati della boscaglia acquosa del Merseyside, in cui criptiche figure e simil ninfee si muovono lentamente, leggiadre e indisturbate, compiendo ampi gesti armoniosi sotto lunghi drappi color porpora.
Il Locomotiv è un locale conforme a questa tipologia di esecuzioni, e riporta (finalmente) Barnes e il suo fido scudiero, che sorregge la parte ritmica, entro i confini italiani, dopo che una serie inspiegabile di sfortune e coincidenze lo ha sottratto ai nostri palchi per ben due occasioni quest’anno – a Spring Attitude nel maggio scorso, e per la serata al FAB di Prato, che avrebbe dovuto seguire, appunto, la tappa bolognese. Finalmente ce l’abbiamo a portata di mano, e il Nostro sale sul palco quando sono quasi le undici di sera e il pubblico, pur non numerosissimo, si sparge sparuto in una macchia in penombra che oscilla tra i fumi artificiali penetrati talvolta da tenue luci bianche, fari e laser, come se fossimo alle porte di Tannheuser. Barnes fa il suo ingresso sul palco, ricurvo e ammantato dalle nubi, quando ancora l’attenzione è molto vaga e il chiacchiericcio quasi sovrasta il tappeto ambient che ne anticipa l’ingresso; qualche spasmo e vago colpo di synth richiama all’attenzione, alternato nella quiete dalle solite voci. Barnes sembra voler richiamare l’attenzione e colpisce i pad con una bacchetta e con movimenti bruschi e teatrali, come i suonatori di Taiko. Poi, anche il vice-cerimoniere entra in scena, brandendo un basso da cui pulsano vibrazioni reggae e ritmi balzellanti, e lo spettacolo può dirsi avviato: in una coltre di nubi e con videoarte convulsa che scorre alle spalle dei due, il set d(e)i Forest Swords prende piede lentamente, ma mette subito sul piatto i possibili highlight (War It, Ljoss, Thor’s Stone), attingendo a piene mani quasi più dal suo caposaldo Engravings che dall’ultimo Compassion. Del resto, il suo body of work non è così denso e corposo, e infatti il set si consuma nel giro di un’oretta scarsa sotto i pochi veri colpi di coda dei passaggi più significativi e riconoscibili di cui sopra, senza però mai veramente avere il quid per il cambio di passo, ed anzi, oscillando pericolosamente tra estasi e narcolessia. La poca memorabilità di gran parte del concerto, unita però alla sua atmosfera solenne, stride e rende l’immagine di un artista peculiare (e da preservare a tutti i costi, aggiungo), incompleto e affascinante, che crea macrocosmi in spazi piccolissimi ma mai veramente capace di colpire le corde giuste, sebbene si avvalga di un miscuglio personalissimo e riconoscibile, nella vasta selva dei producer d’oltremanica.
La stima incondizionata e il rispetto di cui, repentinamente e sin dalle sue primissime uscite pubbliche, il buon Barnes ha potuto vantare, sicuramente non vacilla e non perde di credibilità, segno che c’è un altro tempo e ci sono altri spazi per poterne cogliere appieno l’essenza.
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