Recensioni

7.5

A proposito del grande momento creativo che vive il jazz scandinavo, di cui avevamo accennato in riferimento al funambolico Mats Gustafsson,
è il caso di tornare sull’argomento in occasione dell’uscita, dopo due
anni di attesa, del nuovo album dei Food (terzo ad uscire per la Rune
Grammofon), che non può che darci conferme in questo senso.

Il
percussionista norvegese Thomas Strønen non rappresenta certo una
novità nel panorama dell’avant jazz europeo, sia per la prolificità dei
suoi progetti (Humcrush, Pohlitz, Parishe, appunto, Food), sia per la qualità e le ampie vedute espresse. Uno
sguardo che parte dal jazz per abbracciare l’elettronica, seguendo le
orme di grandi maestri della “new thing” come Anthony Braxton e Lol Coxhill, tra i primi ad allargare i propri orizzonti in questo senso.

Molecular Gastronomysegue la scia del precedente, con la differenza che, dopo la defezione
di Mats Eilertsen (basso) e Arve Henriksen (tromba), a “portare avanti
la baracca” sono rimasti i soli Strønen (batteria ed electronics) e il
saxofonista inglese Iain Bellamy, supportati, in alcuni episodi, dal
Fender Rhodes di Maria Kannegaard. Poco male, visto che il risultato è,
dove possibile, ancora più interessante che in passato, con i due
musicisti liberi di sperimentare nuove soluzioni di dialogo a due.

Il
sax di Bellamy diventa elemento distintivo, guida melodica alle
esplorazioni ritmiche di Strønen. Il batterista, dal canto suo e con il
supporto dell’elettronica, crea paesaggi sonori percussivi che passano
con disinvoltura dall’astrattismo a passaggi più regolari (si fa per
dire) che si avvicinano al drum’n’bass (Spherification, Nature Recipe). E’ un album colorato, Molecular Gastronomy, ricco di sfumature. Una tavolozza così ampia da riuscire ad includere le atmosfere pacatamente ambient di Lota e Texturas, i soffi meditabondi di The Larder Chef e l’elettronica ai limiti della techno di Apparatus.
Certo, la mancanza della tromba, di uno strumento che affianchi le
escursioni timbriche di Bellamy, lascia il saxofonista solo di fronte
al mondo onnipotente dell’elettronica, ma ciò non fa altro che mettere
maggiormente in evidenza la sua creatività. Bellamy è un musicista che
“pesa” le note, essenziale, e in questo caso le sue caratteristiche si
sposano alla perfezione con il batterismo frenetico di Strønen e le sue
elaborazioni elettroniche.

Un album, tutto sommato, che
esprime pacatezza, riflessione, respiro regolare. Tutt’altra cosa
rispetto al jazz nervoso e irruento di un Vandermark o alla pesantezza metallica del jazz-core dei nostrani Zu.
Una differenza che conferma in svariate lingue quanto l’idioma del jazz
sia ancora qualcosa di vivo e in continua trasformazione.

 

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