Recensioni

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Manifesto, nuovo lavoro del dj e produttore francese Folamour (vero nome Bruno Boumendil), è house solida ma convenzionale, con qualche intuizione interessante, ma senza sussulti – un tentativo di tracciare una via d’uscita inedita rispetto a una produzione robusta, ma ancora troppo giovane per avere un indirizzo veramente originale.

French touch è un termine forse troppo generico, ma utile per centrare il tema più corposo e rilevante del nuovo lavoro di Folamour. Se con la discografia precedente Boumendil batteva terreni deep, electro e simili (dal 2015 con l’EP Chapeau Rouge, e in seguito soprattutto con uscite sulle sue etichette Moonrise Hill Material e FHUO Records), e in certa misura questi stilemi trovano ancora spazio in questo album, Manifesto è, probabilmente, l’ideale punto d’arrivo artistico per il nostro, che vira tutto verso quell’orizzonte french touch che ha segnato la sua formazione giovanile.

Freedom, in apertura, musica e video, è un chiaro rimando ai primi duemila e quell’attitudine “do it yourself” degli stomp underground nati in un garage, con campioni funk filtrati e voce in pitch shift. Entrano anche i fiati, uno dei segni distintivi di questo album, che non sempre riescono a dare spunti veramente convincenti, ma che almeno portano un elemento di relativa novità.

Amore è un tributo al Benjamin Diamond di In Your Arms e Little Scare. Fearless e Voyage seguono gli umori tipici della lunga stagione house americano-latina di Ian Pooley. Poi la passione per la world music, i richiami dall’Africa francofona – come già ampiamente sperimentato da Boumendil nel precedente The Journey (2021) -, e gli sketch a cassa spezzata, comunque segni di una certa creatività, ma tutto sommato poco memorabili.

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