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Qualche settimana fa, se ricordate, c’era stata una polemica per uno striscione esposto dai tifosi della squadra di calcio dell’Hellas Verona nei pressi dello stadio Bentegodi in occasione della partita di campionato con il Napoli. Lo striscione recava disegnate le bandiere russa e ucraina con, a seguire, delle coordinate geografiche, come a fare appello ai due paesi affinché, invece di farsi la guerra tra loro, concentrassero gli sforzi bellici su un punto ben preciso: la città di Napoli, naturalmente.

Abbiamo ripensato all’episodio perché in fondo Miracoli e Rivoluzioni, il ritorno a un album in studio dei partenopei Foja a sei anni dal precedente O Treno Che Va e a undici anni dal debutto ‘Na Storia Nova, suona un po’ come la contraerea in risposta a un ipotetico attacco eventualmente ispirato dall’infelice cartello: si sporca le mani, si cala nella fanga, si impasta la lingua con la polvere da sparo, strappandosi da dentro quanto di più viscerale, primitivo e – in definitiva – umano esista in musica a mezzo di un folk che guarda alla tradizione ma non sbarra la porta a incursioni del moderno. Il tutto con piglio ardimentoso, fiammeggiante, battagliero – musicalmente, s’intende – tanto più che la parola “guerra” nel disco è ripetuta sei volte essendo presente in ben quattro brani, tra i quali troviamo anche una delicatissima reinterpretazione di ‘A Mano ‘e D10s, immancabile omaggio a Maradona che, come si sa, nel testo recita: «Luceva comme a ‘na stella / Senza paura ‘e fa ‘a guerra». Perché Diego fu un altro che a una guerra propriamente detta (quella delle Falkland) rispose con l’unica arma di cui disponeva: il genio.

Foja magari non resteranno scolpiti nei secoli come l’asso argentino, però con le loro sensibilità ed estetica un posto al sole (… non la soap) se lo meritano, perché la guerra la fanno a colpi di bellezza, con musica e parole, sciorinando suoni, colori e suggestioni della loro città e onorando il verbo della contaminazione con l’apertura a ospiti di varia estrazione: ora folcloristici come Michele Signore della Nuova Compagnia di Canto Popolare, che con la sua lira pontiaca trascina l’energico ritornello dai sapori popolari di Nunn’è Ancora Fernuta dopo una strofa blues-ianamente strascicata alla Bennato; ora contemporanei come il rapper Clementino, che avvalora la ballata Santa Lucia; ma anche ospiti a metà tra storia e cronaca come Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, vivo più che mai nella anch’essa vivacissima A Cosa Stai Pensando?, ironica e tagliente riflessione sulla vita da social con graditissimo easter egg (del resto il periodo è quello) di vascorossiana ispirazione.

Ma in tema di sorprese, forse ancora più inattesi sono il girellare brit-pop di ‘Na Cosa Sola, che sembra tipo… ‘na cosa dei Blur, oppure gli intarsi morriconiani dell’incipit di Stella, che poi si sviluppa come un’altra azzeccatissima ballad spruzzata dal piano jazz di Lorenzo Hellenger su un’impalcatura compositiva in odore di Radiohead, i quali riecheggiano anche in Addo’ Se Va. Resta comunque Napoli il centro di gravità, come dimostrano anche i feat. di Enzo Gragnaniello (Nmiezo a Niente) e del poeta Alessio Sollo (L’Urdema Canzone), quella Napoli – per dirla con le parole degli autori – «sempre in bilico tra il soprannaturale del miracolo e il bisogno di rivoluzione». Perché si può essere rivoluzionari anche guardando alle radici, e qui di avi illustri è ricco il pantheon, poiché nell’opera risuona tutto l’immaginario musicale ispirato dal Vesuvio, dalla De Sio a Senese, da Pino Daniele all’universo neomelodico, da De Piscopo agli Avion Travel, da Murolo a Cigliano.

Altro che bombe e cannoni: sono bellezza, fantasia e cultura le migliori risposte a ignoranza, violenza e bruttura. Dovremmo dirlo ai tifosi veronesi ma forse anche a qualche altro guerrafondaio di casa nostra.

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