Recensioni

7.3

Kymin Lea esce per Perc Trax – a riprova dello stretto legame tra Truss e Perc – ed è il primo EP di una serie che verrà presto lanciata dall’etichetta, dedicata all’estetica musicale di ogni artista. Era dal 2012 che Tom Russell non si dedicava a produzioni con lo pseudonimo Truss. In Kymin Lea c’è l’acid che da sempre caratterizza le i lavori del londinese; ci sono ammiccamenti metallici all’industrial post-kraut di fine anni ’80, ed un sottofondo di nostalgiche atmosfere rave anni ’90 che avevamo già trovato nell’ultima release di Russell junior aka Tessela. Truss si conferma come uno degli artisti industrial techno made in UK più interessanti del momento.

Lo abbiamo atteso con una certa curiosità, questo album d’esordio dei Flying Vaginas, perché l’EP And That’s Why We Can’t Have Nice Things dimostrava di possedere un quid che lo rendeva ben più di un esercizio di stile, aveva anzi il passo delle cose inevitabili, l’accordo perfetto tra esserci e farci che ahinoi troppo spesso manca alle produzioni nostrane (e non solo). Il punto era capire quanto quell’apparire bruciante che si consumava in un pugno di pezzi potesse trovare conferma ed ipotizzare nuovi motivi. La risposta del trio laziale si snoda lungo otto tracce melodicamente intense, strutturate su un sound più rarefatto, però pur sempre capace di sbrigliarsi tumultuoso (vedi le caligini stradaiole di Sonic Tiger), tutte organiche ad una scaletta ipnotica, dalla levità onirica, ma con quell’accenno d’irrequietezza sempre sul punto di volgere la carezza in assalto.

Originali no, quindi, niente affatto. Ma intelligentemente e necessariamente derivativi. Se il solco è mediano tra shoegaze, lo-fi e dream-pop, immerso in atmosfera opaca tardo 80s che rimanda ai Jesus & Mary Chain più abboccati ma senza genuflessioni, cogliendo la polpa Creation e servendocela con la più disarmante disinvoltura (Blessed Child), la confidenza coi codici Sarah Records è sorprendente (la delicatissima Woodland Croon, arricciata su un arpeggio da magone), mentre il bel singolo Coherence Riot fa sintesi immaginando i The Field Mice in una specie di tumulto Sonic Youth. Non erano certo mancati segnali che facessero presagire queste direzioni, anche se lascia stupefatti sentirli spingersi fino alla carezza folk-pop (seppure perturbata) della breve Interlude: We Walk.

Molto bene, poi, che il piatto forte venga lasciato per ultimo, una title track che si snoda per oltre otto minuti scozzando suggestioni lunari (bello il bordone d’organo coi cori in controluce) e ruggito elettrico al guinzaglio di un’inquietudine di nuovo ossessiva, consapevole e giovane santiddio, come se il rock avesse per un attimo ritrovato il filo di un discorso smarrito chissà quando e come, compagno di sventura immaginario e necessario, qualcosa a cui aggrapparsi tra le pareti di camerette inospitali e una realtà che dobbiamo affrontare.

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