Recensioni

Artista londinese di origine cino-malese, Flora Yin-Wong si era fatta conoscere per aver partecipato nel 2017 alla paradigmatica compilation ambient Mono No Aware su PAN. In precedenza, una serie di brani sparsi e un EP per Purple Tape Pedigree (City God, 2016) che avevano preparato la strada a Holy Palm: album di debutto meditativo ma cupo, dai toni ancestrali e ritualistici. Una narrazione coerente governata da un già maturo senso dello spazio sonoro che univa ambient scurissima e field recording catturati (col cellulare) in giro per il mondo a distopie di stampo deconstructed club – vedi le demolizioni del beat degli Amnesia Scanner – e persino collage à la Nurse With Wound.
In quest’ultimo Cold Reading, pubblicato sempre da Modern Love, il minutaggio scende ma l’approccio, senz’altro meno severo, è comunque coerente con il percorso intrapreso. Realizzato durante un impervio viaggio nel sud-est asiatico, l’album ha preso ispirazione dalla Sonata per violino in sol minore, conosciuta anche come Il trillo del diavolo di Giuseppe Tartini, una composizione nota per essere particolarmente impegnativa da eseguire che nasceva dalla fascinazione di tradurre in note i sogni. Ma anche dall’alienazione provata dalla lettura del suo BaZi.
Echi del violino presente nella composizione originale sono infatti presenti nell’opener, All My Dreams are Nightmares, un’introduzione all’horror sottopelle che la nuova prova intende instillare tra sinistri carillon (Vittore al Corpo), ritmi arcani e schegge noise (Konna, Nectar Dripping). Nuovi sguardi su quella che Wire descriveva come ambient anxiety, musiche attratte dall’ignoto che s’esprimono per quadretti (o per capitoli, dato che la Nostra è anche scrittrice), qualcosa di molto differente dall’accomodante ambient di cui sono piene le DSP.
Catturati tra Kyoto, Sud Corea e la natia Kuala Lumpur, i field recording fanno parte del design iperrealista delle composizioni, si fanno veicolo di un viaggio ipnagogico su ere e civiltà remote, tra preghiere sussurrate e giungle lontane e impenetrabili. In definitiva, una poesia esoterico-melanconica, con una sua travagliata catarsi, il cui unico raggio di luce arriva alla fine – Beautiful Crisis proietta il disco verso zone celestiali – ma soltanto per calare il sipario su un sospeso grappolo di note al piano: Nea Selini, (“luna nuova” in greco).
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