Recensioni

6.5

Jenn Wasner è tornata. Accantonato ormai da oltre un lustro il bel progetto Wye Oak, l’artista di Baltimora si presenta di nuovo con lo stesso moniker di If you see me, say yes del 2016. Flock of dimes è lo stesso nome utilizzato per due singoli Curtain/Apparition e Prison Bride, usciti entrambi nel 2012: il distacco fisiologico dal solco di matrice folk che all’epoca ancora accompagnava Wye Oak lasciava il posto a qualcosa di diverso che la stessa Wasner già all’epoca definiva «una esplorazione del lato più atmosferico del pop».

Il succitato album del 2016, accolto positivamente dalla critica, ratificava pienamente quel percorso: sperimentazione, synth, elettronica, ma senza abbandonare le trame che avevano definito le esperienze precedenti. Seguendo queste coordinate, dopo un periodo di silenzio pieno di collaborazioni e progetti esterni, Flock of dimes giunge al 2021 con Head of roses (Sub Pop), anticipato da una copertina in cui un ritratto di Wasner si frammenta in un melange in chiave quasi cubista. Un primo indizio per comprendere quanto la gestazione di questo lavoro, in quanto ricerca personale oltre che artistica, sia stata dura e complessa. Il mezzo per mettere in risalto il tema del dolore e della sua gestione è esso stesso lo stile libero di Wasner, che su uno scheletro tipicamente elettro-pop riversa in parti uguali dosi di esperienze passate e di sperimentalismo. Il dolore dicevamo e la distanza che esso genera tra gli esseri umani potrebbe sembrare un tema scontato in un momento storico come quello attuale, e lo sarebbe se non si considerasse il vissuto recente di Wasner: il tirare il fiato dopo anni di una busyness volutamente cercata e una relazione finita subito prima della crisi pandemica. Il linguaggio che ne scaturisce è nuovo e vagamente eclettico, c’è un desiderio di mettere fuori tutto nella maniera limpida tipica del folk (One more hour, Walking, Awake for the sunrise) rischiando anche di sperimentare zigzagando nei meandri dell’alt rock (Two).

Head of roses è senza dubbio un disco di sincera apertura ed è Wasner stessa a confermarlo via Facebook ancora prima del play: «I’m just a lady who writes pop songs. But through this process I’ve managed to find a sense of something like hope, so I felt inclined to share». Se tale peculiarità può essere vista come un plus emozionale e veicolo di un messaggio collettivo di speranza, è vero anche che nell’impianto generale dell’album sembra mancare quella scossa, quella nota dissonante che non faccia sembrare il tutto una messa laica. Su quanto poi quest’ultimo fattore sia davvero necessario in un album così emotivamente carico, lasciamo la partita aperta.

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