Recensioni

La Deutsche Grammophon, in particolare con i primi volumi della serie Recomposed, ci ha abituato ad alti livelli qualitativi nella commistione tra classica, contemporanea ed elettronica. Abbiamo ascoltato Carl Craig e Moritz von Oswald riscrivere il Boléro di Ravel e i Quadri di un’esposizione di Mussorgsky in chiave dub-techno e ambient, mentre Max Richter, nel volume più celebre della collana, dava la sua versione de Le Quattro Stagioni di Vivaldi in chiave post-minimalista, senza dimenticare Jimi Tenor alle prese con Reich e Matthias Arfmann con Schubert, Holst e Dvořák. Nessuno di questi capitoli ha introdotto un linguaggio veramente nuovo, ma dalla somma dei due mondi sono comunque scaturite opere suggestive.
Mere Mortals s’inserisce nel filone sotto il patrocinio della storica etichetta tedesca, ma con una differenza sostanziale: non è una rilettura di un repertorio preesistente, bensì la partitura commissionata dal San Francisco Ballet a Floating Points, alias Sam Shepherd, per il balletto coreografato da Aszure Barton. Shepherd, produttore che ha sviluppato un’elettronica immaginifica e sofisticatamente dance prima di allargare il proprio orizzonte al jazz e alla scrittura orchestrale, arriva qui dopo Promises, l’album realizzato con Pharoah Sanders e la London Symphony Orchestra.
Per Mere Mortals è invece la San Francisco Ballet Orchestra a prestarsi alla sua scrittura, articolata in 14 movimenti e ispirata al mito di Pandora, riletto come allegoria del rapporto tra umanità, progresso tecnologico e intelligenza artificiale. In circa un’ora di durata s’avvicendano atmosfere cosmiche a tinte horror, virtuosismi paganiniani, episodi post-minimalisti fondati su ripetizione e rifrazione, poderosi crescendo massimalisti, parentesi ariose e cinematografiche e momenti più raccolti.
Una materia orchestrale fisica e spettacolare che raramente si avventura in area Recomposed: quando succede, serrate percussioni elettroniche scandiscono masse di fiati che devono qualcosa alla contemporanea di Ligeti (Rage Of The Gods), e pulsazioni dub-techno alla Moritz von Oswald, sporcate di glitch di casa Raster-Noton, accompagnano una scrittura mimetica dell’azione coreografica del balletto (Gift From The Gods) in chiave stravinskiana.
Privata della dimensione coreografica e visiva, Mere Mortals mostra tutti i limiti di un’opera pensata per amplificare il gesto scenico e dare al concept una natura potente e spettacolare: così facendo, però, lascia poco spazio all’immaginazione dell’ascoltatore, che si ritrova davanti a una sorta di Mickey Mousing del balletto senza il balletto. Un’ora di musica ben orchestrata, anche magniloquente, che finisce per chiedere alla sola dimensione sonora di sostenere un peso che era evidentemente pensato per essere condiviso con la scena.
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