Recensioni

Il luogo di lavoro, vi dicono i guru del healthy style of life, deve essere scevro da conflitti o cause di stress in generale. Solo in questo modo le cose possono funzionare al meglio. Lapalissiano. Non mancano però, non possono, le eccezioni che confermano la regola. Soldati, il capolavoro di Giuseppe Ungaretti (“Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”) è stata scritta in trincea (non esattamente, ma deriva da quell’esperienza). Senza stress non sarebbe stata possibile la descrizione così incisiva e sintetica di una umanità che in fin dei conti con elmetto in testa e baionetta sguainata lo è tutti i giorni. Senza stress a base di conflitti interpersonali non avremmo avuto Rumours così com’è, disco di punta della lunga storia dei Fleetwood Mac e slot machine per la Warner Bros, i cui vertici grazie ai proventi del disco sgranocchia record pasteggiarono a caviale e champagne fino alla nausea.
I Fleetwood Mac si formano a Londra nel luglio del 1967 per mano di tre ex Bluesbreakers: il chitarrista Peter Green che sostituendo Eric Clapton nella band di John Mayall si guadagna immediato credito e rispetto, il bassista John McVie, e il batterista Mick Fleetwood. Suonano rock blues all’inglese, hanno il sostegno della stampa e i loro dischi vendono bene; ciononostante sono in perenne assestamento come placche tettoniche.
I primi anni della band sono così turbolenti che Pinocchio, il Barone di Monchausen, Huckelberry Finn e Tom Sawyer appaiono come bolsi pantofolai. I chitarristi vanno (Peter Green compreso) e vengono senza soluzione di continuità; Mick Fleetwood reso becco dalla moglie (Jenny Boyd sorella della moglie di George Harrison che avrebbe voluto i Mac alla Apple) e dal secondo chitarrista Bob Weston cade in depressione; per effetto del torbido affair la band viene “temporaneamente sciolta” ma il manager Clifford Davis con un tour da completare e lo spettro della bancarotta all’orizzonte se ne frega e si inventa i New Fleetwood Mac presi a bottigliate dai fan: si va avanti di questo passo fino a quando Mick Fleetwood e i coniugi McVie fanno le valigie per stabilirsi oltre oceano e lasciarsi tutto alle spalle, nonostante una causa per stabilire a chi appartenga il nome della band sia ancora pendente.
E come un colpo di spugna ben assestato, negli USA tutto cambia. Anche l’approccio stilistico dei Mac.
Nel 1975, dopo l’abbandono dell’ennesimo chitarrista, Bob Welch, Mick Fleetwood alla ricerca di nuove toppe da mettere alla band si rivolge a Keith Olsen che nel 1973 ha prodotto Buckingham Nicks, disco il cui artwork potrebbe concorrere al titolo di copertina rock più brutta di tutti i tempi, ma che nella sostanza, soprattutto una canzone: Frozen Love, piace al batterista inglese così tanto da offrire a Lindsay Buckingham, chitarrista e cantante, il posto vacante nei Mac.
Qualche cavalleresco romanticone assicura che Buckingham accetta ma solo a patto che anche Stevie Nicks venga fatta salire a bordo. Altri strilloni raccontano nella loro ultima edizione come entrambi fossero presenti al meeting con Mick Fleetwood in veste di recruiter. La sostanza non cambia: il decimo disco dei Mac, intitolato curiosamente, forse simbolicamente a significare un nuovo inizio, semplicemente Fleetwood Mac esattamente come il disco di esordio del 1968, merito di un netto cambio di rotta musicale dettato dai nuovi innesti e di un esaustivo tour (Stevie Nicks: “Abbiamo suonato ovunque e abbiamo venduto quel disco. L’abbiamo preso a calci nel sedere, quell’album”), diventa un successo e si assesta al n° 1 della classifica di Billboard. E da quel momento vissero tutti felici e contenti… non è vero? Nemmeno un po’.
Squadra che perde soldi come un ludopatico si manda al macero, ma team che vince vendendo 7 milioni di copie si fissa nella carbonite come fatto da Boba Fett con Han Solo (Guerre Stellari: L’impero colpisce ancora). Non si cambia nemmeno se il primo che si gira di spalle si trova conficcata nella schiena una lama da 7 pollici, uno per ogni milione di dischi venduti da Fleetwood Mac.
Quando i Mac entrano in studio per registrarne il seguito, girando come zingari (Gypsy è sull’album Mirage del 1982) – tra Hollywood, Miami e ancora Los Angeles: Criteria Studios, Record Plant, Zellerbach Auditorium, Wally Heider Recording Studios, Davlen Recording Studio – la tensione è alle stelle. Il matrimonio di John e Christine McVie è ai titoli di coda e giusto per crescere zizzania con i migliori fertilizzanti la signora inizia una relazione col direttore delle luci della band; e non solo la lunga relazione sentimentale tra Lindsey Buckingham e Stevie Nicks è ridotta in frantumi, ma per aggiungere sale alla ferita Mick Fleetwood, nel bel mezzo delle procedure di divorzio dalla moglie Jenny, si mette a flirtare proprio con la cantante formato tascabile. Insomma, come ci si muove si rischia di accendere scintille da mandare a fuoco lo studio: forse è per quello che i Mac si spostano continuamente, alla ricerca del migliore impianto antincendio.
Sesso, tanto stress quanto rock & roll, e droga in abbondanza. Sugli spartiti delle canzoni che vanno a comporre Rumours c’è più polvere di coca che sol e mi7. In corpo più superalcolici che in distilleria.
Chris Stone, co-fondatore dei Record Plant, dirà che la band arrivava alle 7 di sera, ci dava dentro a sniffare e festeggiare fino a notte inoltrata, e quando tutti erano cotti come braciole semi carbonizzate iniziavano a registrare. E con questo, alla luce dei mostruosi risultati di Rumours che verrà, si può dire che nonostante le infallibili teorie dei salutisti di corpo e psiche, degli odierni imbonitori da “state alla larga dai tossici” (nell’accezione più ampia del termine), e dei consulenti da percorso netto sulla via sicura al bio-successo ascetico, nonostante tutto ciò, si può dire con certezza che le eccezioni condite dai più giganteschi eccessi salveranno il mondo. Quello della discografia di certo, almeno fino all’avvento della musica liquida.
Lindsey Buckingham è un ottimo chitarrista e ha un orecchio sopraffino per quanto riguarda il processo di registrazione, Christine McVie è l’unica musicista ad avere un background classico – il padre era concertista e insegnava violino alla St Philip’s Grammar School di Birmingham – che ha stemperato abbracciando la causa del rock blues una volta entrata nei Chicken Shack (dei quali fa parte dal 1967 al 1969 registrando due album) e per effetto del debutto solistico del 1970 Christine Perfect, il suo nome da nubile. A loro viene dato il compito di spostare ulteriormente la freccia della composizione alla ricerca del bersaglio che ha per centro il “Pop”.
Dalla penna del chitarrista fluiscono Second Hand News, Go Your Own Way, Never Going Back Again. Le prime due – inevitabilmente? – scavate tra le macerie di relazioni disgregate, il cui testo contrasta in modo evidente l’arrembante andamento sonoro: “So che non c’è niente da dire / Qualcuno ha preso il mio posto / (…) / So che non c’è niente da fare / (…) / Io sono solo notizie di seconda mano”, cantano le parole di Second Hand News che apre il disco e Buckingham presenta inizialmente alla band senza testo per non sollevare le proteste di Steve Nicks. Cosa che puntualmente accade con Go Your Own Way: Nicks ingiunse a Buckingham di cancellare la frase “Packing up, shacking up / Is all you wanna do” perché, racconta la cantante, “mi dava molto fastidio che lui dicesse al mondo che ‘fare le valigie, convivere con uomini diversi, è tutto ciò che vuoi fare’”. “Sapeva che non era vero – prosegue –, era solo una cosa cattiva che aveva detto. Ogni volta che quelle parole venivano pronunciate sul palco, volevo andare a ucciderlo. (…) Era come dire: ‘Ti farò soffrire per avermi lasciato’”.
Mentre Second Hands News non sposta gli equilibri del disco, Go On Your Way fa da detonatore: esce come primo singolo nel dicembre del 1976 e garantisce alla Warner Bros. 800.000 copie in pre-ordine di Rumours, il risultato più grande in fatto vendita anticipata nella storia dell’etichetta.
Le storie d’amore interrotte spezzano il cuore ma cantate a dovere aggiustano il portafoglio. “Un altro giorno triste / Puoi andare per la tua strada / Vai per la tua strada / (…) / Se potessi / Baby ti darei tutta la mia vita / E non aspetterei nient’altro che te / Puoi andare per la tua strada / Vai per la tua strada”. Una strada lastricata d’oro.
Never Going Back Again, uno degli ultimi brani a essere completato, quando Buckingham aveva già trovato un’altra fiamma, ha toni più smorzati (“Sono stato giù una volta / Sono stato giù due volte / Non tornerò mai più indietro”) sia liricamente che musicalmente presentandosi come un breve set folk-country, sostanzialmente voci e chitarra acustica. Il titolo di lavoro del brano era Brushes perché in origine su un’altra pista era stato aggiunto il lavoro di Mick Fleetwood che carezzava il rullante con le spazzole, poi cancellato.
Entrata nei Fleetwood Mac in punta di piedi, quota rosa in una band per 4/5 al maschile, Christine McVie è diventata una figura di rilievo: voce e tastiere, fa la parte del leone dal punto di vista compositivo: in Rumours 4 canzoni su 11 sono firmate da lei, mentre partecipa alla stesura collettiva della quinta.
Sua è Don’t Stop: un ritornello che conquista subito, ritmo solido e diretto come un treno, il pianismo honky-tonk della McVie che sparge buon umore. Complici anche le parole ottimistiche – “Ieri è finito / Non smettere / Di pensare a domani” – diventa il brano simbolo di Rumours, un inno alla speranza che echeggerà negli anni. Al punto che Bill Clinton userà la canzone in più occasioni, tanto ai raduni del Partito Democratico quanto nel corso della campagna elettorale per le presidenziali del 1992. Don’t Stop è il terzo singolo estratto dall’album il 1° aprile 1977, e raggiungerà il n° 3 della Billboard Hot 100 in ottobre.
Sua è Songbird, sorta di show case personale, voce e pianoforte, una spolverata di chitarra ritmica acustica, intimistica e pregna di passione. Sua è You Make Loving Fun, passo dettato da un Hohner Clavinet funky à la Stevie Wonder, e prova da vocalist di rango; quarto singolo del settembre 1977 che non manca di centrare la Top Ten di Billboard (arriva al n° 9). Sua è Oh Daddy, altra pregnante composizione in chiaro/scuro, i toni crepuscolari, che alcune fonti vorrebbero come You Make Loving Fun dedicata/ispirata a Curry Grant (curioso nome: sembra la cabarettistica storpiatura del nome del famoso attore inglese Cary Grant), il direttore delle luci col quale la musicista flirtava al tempo, mentre McVie sosterrà più tardi di averla scritta pensando a Mick Fleetwood, l’unico genitore della band.
E gli altri? Figure di contorno? Stevie Nicks no di certo. Figura unica, sorta di genio della lampada versione rock & roll: la voce più sexy degli anni ’70 imprigionata in un corpo da Barbie. Ma non solo. La cantante scrive Dreams, brano ancora oggi programmato via FM con discreta frequenza; una canzone che schiaccia senza pietà, con infinita disinvoltura, la maggior parte della spazzatura sonora che spacciano gli odierni network radiofonici. L’incipit è da storia del rock: l’attacco di batteria, il basso sussultante come un cuore in tumulto, la slide che piange, e solo adesso – signori ora si sogna – giunge la voce di Stevie Nicks che porta scompiglio nella mente, provoca tumulto nelle vene. Scegliere Dreams come singolo è facile come bere un bicchiere d’acqua: è il secondo estratto, arriva al n° 1, e nel tempo che occorre per ingollare il succitato sorso vende un milione di copie.
Stevie Nicks firma anche I Don’t Want To Know, brillante canzone up tempo che diluisce la sua vocalità irripetibile a favore di una discutile soluzione corale, e Gold Dust Woman, catartico esorcismo che canta osservandosi allo specchio: “Era il mio sguardo simbolico su qualcuno che viveva una brutta relazione, si drogava molto e cercava di farcela. Cercando di vivere. Cercando di superarlo”.
Mick Fleetwood e John McVie sono accreditati per la scrittura solo nel caso di The Chain, unico brano composto a dieci mani. Sono la dorsale sulla quale cresce il suono. Batteria e basso lo scheletro sui quali Lindsey Buckingham, Christine McVie e Stevie Nicks aggiungono carne e sangue. Non sono tecnicamente funambolici o estrosi, non fanno – e forse non sanno fare – nulla di più di ciò che chiede il loro ruolo all’interno dei Fleefwood Mac, ma pongono concrete fondamenta per puntellare un edificio solido, senza né crepe né scricchiolii.
Hanno centrato il bersaglio “Pop”, i Mac? Delle origini non è andato tutto svenduto (“La mia capacità di scrittura deriva tutta dal blues – ha detto pochi anni prima di morire Christine McVie – Don’t Stop, Say You Love Me… hanno tutti quel basso boogie, la mano sinistra. Anche le cose più recenti, come Little Lies ed Everywhere, sono tutte basate sul blues”), il pop si è preso il centro della ribalta, ma c’è anche altro. Agli occhi di chi si mette sulla difensiva di fronte ai successi clamorosi, Rumours difetta di una raffica di hit single e di successi che annichilisce: dischi d’oro, di platino, di diamante, e riconoscimenti multipli a comporre una fila di attestati pari solo a quella che la gente oggi è disposta a fare il primo giorno della messa in commercio del nuovo cellulare di ultimo grido. Ma capita anche che “quantità” e “qualità” si sposino, idealmente: anche in questa storia che fa delle separazione il suo centro di gravità. È successo in particolar modo negli anni ‘60 e ’70, negli ambiti più diversi.
A irresistibili hit a presa immediata come Don’t Stop, Go On Your Way, Second Hand News, Dreams, Rumours alterna brani di natura variegata che vanno a comporre un mosaico composito, raffinato, che ha pochi pari nel campo del AOR. Rumours non lancia slogan come antidoto per i mali che affliggono la opulenta società occidentale che in qualche modo i Mac rappresentano appieno, ma scandaglia gli anfratti bui delle piccole vite dei “signor chiunque”: amori che crescono e si schiantano in poche mosse, trascorsi dolorosi in attesa di orizzonti sereni, ferite e guarigioni spirituali il cui interesse non varca la soglia di casa; inezie di fronte a un destino comune, esiti decisivi per John Smith e compagna. I milioni di acquirenti di Rumours si sono rispecchiati in tutto questo.
Filosofia spicciola, ma non è detto che la saggezza risieda esclusivamente nella complessità. Allo stesso modo Rumours non si risolve esclusivamente sotto la luce abbagliante, che scioglie le mezze tonalità, del “Pop” di grana fine: anche se meno evidente della inarrestabile marcia del battaglione d’assalto costituito dai 7”, pattuglie di guastatori folk, country, blues e funk, si fanno strada tra i solchi per aiutare a vincere la battaglia incruenta e gioiosa del rock 1977. In quella data i Fleetwood Mac piantano la bandiera di Rumours sul picco più elevato della musica giovanile. Oggi è ancora là. Osservata dalla distanza di quasi mezzo secolo, risplende come il primo giorno.
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