Recensioni

7.0

L’unione di forze tra Corin Tucker e Peter Buck, amici storici, è stata sin dall’inizio un sogno che si avverava per tutti gli appassionati alt-rock del nostro mondo. Accompagnati da ottimi musicisti con i quali si conoscono più che bene in virtù di vecchie collaborazioni (Scott McCaughey, Kurt Bloch e Linda Pitmon attualmente in luogo di Bill Rieflin), i due hanno sempre amato la sfida di progetti solistici e band parallele alle loro attività principali con Sleater-Kinney e R.E.M. (Heavens To Betsy e Cadallaca per la prima; The Minus 5, Tuatara, The Baseball Project, Tired Pony e la partnership con Arthur Buck per il secondo). Non hanno più niente da dimostrare, insomma, perché hanno già fatto la storia. Non resta loro, semplicemente, che divertirsi – e farci divertire. Con consapevolezza e gioia.

Non l’avremmo mai detto ma i Filthy Friends, quindi, a un paio di anni di distanza dal debutto (in attesa che McCaughey si riprendesse da alcuni problemi di salute), tornano con un secondo album, pubblicato dalla solita Kill Rock Stars che tanto ha già pesato nella carriera di Corin. Tutto è suonato con trasporto ed esperienza, in egual misura. Il precedente Invitation poteva sembrare un disco di r’n’r senza particolari guizzi stilistici, eppure cresceva via via nella sua indiscutibile classicità: ci aveva convinto. Emerald Valley va avanti nel medesimo, piacevole solco punk/college rock, jangle pop e blues, trainato dalle sei corde elettriche di Buck e dall’inconfondibile voce da soprano, più melodica del solito, della Tucker, qui impegnata a parlare principalmente del destino del pianeta e dei suo abitanti (non è una novità che le questioni politiche ed ecologiste le stiano a cuore).

È proprio la title track ad aprire le danze, manifesto poetico nel nome di «un verde vibrante» che è poi lo stesso di copertina, alla quale fanno seguito l’impeto narrativo di Pipeline (sull’industria petrolchimica), i riff incandescenti di November Man, la canticchiabilità di una One Flew East dedicata a dispetto della sua immediatezza alla gentrificazione e ai problemi di diseguaglianza retributiva di Portland, città natale di entrambi gli artisti, e la rabbia anti-capitalista di Last Chance County. Questo è puro r’n’r, forse più tradizionale che mai nella foggia (si ascoltino le ballad, da Only Lovers Are Broken ad Angels) e forse anche un po’ meno brillante rispetto al giro antecedente. Corin e Peter rimarranno leggendari per quanto realizzato e rivoluzionato con Sleater-Kinney – di recente, al lavoro in studio al fianco di St. Vincent: attendiamo sviluppi esplosivi… – e R.E.M., ed è lampante che il resto rischi comunque sia di suonare come uno sfizio di corredo, ma se adesso si candidassero alle elezioni dei supergruppi più affidabili in circolazione, li voteremmo senz’altro, con stima e affetto. Del resto, sono i migliori amici possibili al posto di ogni Presidente.

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