Recensioni

7.3

Grey Filastine incarna un po' l'idea che possiamo avere oggi di nomadismo e di engagismo artistico. Losangelino di nascita, a Seattle fonda la Infernal Noise Brigade, collettivo/marching band attivo nel circuito delle proteste no global (la cosiddetta battaglia di Seattle, 1999), gira il mondo per studiare musiche e ritmi (è stato a lungo in Marocco), prima di stabilirsi definitivamente nella cosmopolita Barcellona.

Il primo album, Burn It (2006), prodotto e pubblicato sotto l'egida dello spirito affine Dj Rupture, ne scopre lo stile fortemente terzomondista, ma senza facili oleografismi: grime cantato in spagnolo, hip hop croccante (Palmares) innervato di breaks (Crescent Occupation), seppiato (The Last Redoubt), imbevuto di etnicismi dal feel jazzato (Judas Goat), un mood perfettamente sintetizzato da un pezzo come Dance of Garbageman. Il secondo album, Dirty Bomb (2009; sempre sulla Soot di Rupture), intriso di umori apocalittici fin dal titolo e dalla copertina, oltre che nei suoni, continua il discorso con più occhio al dancefloor, tra electro e fidget.

£oot/Loot è un terzo album breve ed essenziale, come sempre per Filastine lavorato in punta di stilo, e forse qui anche più che in passato. Sulle basi del retaggio illbient, che ce lo fa mettere per certi versi in parallelo con Raz Mesinai/Badawi (anche per il forte sapore arabeggiante delle produzioni), il focus restano la contaminazione e la ricerca timbrico-percussiva: potremmo chiamarlo ethno-dubstep o più genericamente ethno-bass. E se un paio di numeri non sono altro che ottimo artigianato (una passeggiata nel souq, Shanty Tones), intermezzi o volani per remix forse anche ravey (Lost Records), altri sono semplicemente delle perle, grandissime prove di compiutezza produttiva ed efficacia comunicativa, capaci di costruire con sottili trame percussive ordite in incisi strumentali memorabili (Skirmish, Circulate False Notes, Spectralization) scenari in cui seduzione (la scampanellante Colony Collapse, con la vocalist indonesiana Nova) fa rima con tensione (l'inno da stadio ma con addosso lo smoking – tribal – Informal Sector Parade, la caracollante Sidi Bouzid, dal nome della città tunisina epicentro della "rivoluzione dei gelsomini" del dicembre 2010).

Da incorniciare anche l'unico pezzo non scritto da Filastine, lo splendido remix della già splendida Juniper degli Y La Bamba, "eclectic indie folk pop band from Portland", gioioso inno di attivismo panteistico ed ecologista, uno di quei pezzi che può valere una carriera.

Dal vivo Grey suona con le bacchette della batteria un carrello della spesa, mentre su uno schermo scorrono immagini-collage che fanno a pezzi il consumismo neoliberista. Ma quel carrello lo fa suonare, eccome. Ecco, che bello se la musica "di protesta" avesse tutta questo profilo e, soprattutto, tutta questa qualità dietro e dentro.

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