Recensioni

Ficarra e Picone potranno anche essere mal visti da una buona fetta di pubblico italiano, specie per il loro repertorio in parte indirizzato a un gusto dal sapore regionale, ma al duo siciliano va dato sicuramente atto di aver compiuto una crescita esponenziale in fatto di maturità narrativa e registica, raggiunta attraverso successi nazionali e qualche inciampo. Se Nati stanchi era una grottesca metafora del meglio e del peggio di certi atteggiamenti tipicamente isolani (l’urgenza del sistemarsi e metter su famiglia, la cultura del bar con gli amici), già ne Il 7 e l’8, Salvatore Ficarra e Valentino Picone alzavano il tiro, abbracciando in toto gli stilemi della commedia all’italiana, poi replicati abilmente nel successivo La matassa. Nel loro percorso hanno affrontato qualche battuta d’arresto, forse dopo aver avvertito una certa stanchezza espressiva tradotta nella ripetitività di certi sviluppi narrativi (è il caso degli “stanchi” Anche se è amore non si vede e Andiamo a quel paese), ma l’arrivo di Nicola Guaglianone sembra aver donato nuova linfa all’inseparabile duo comico, che quest’anno festeggia esattamente i primi 25 anni insieme.
Dopo, infatti, il formidabile successo di L’ora legale, il cui merito era quello di sfruttare il volto bifronte di Ficarra e Picone per analizzare con una profondità leggera e invidiabile il sentimento di smarrimento politico del Sud Italia, che probabilmente non si libererà mai di certi vizi e difetti ormai entrati di diritto nel proprio codice genetico (ma lasciando apertissima la porta alla speranza di un cambiamento), Guaglianone (in scrittura insieme al duo e a Fabrizio Testini) trasla il medesimo canovaccio narrativo per quello che è ad oggi il più ambizioso film di Ficarra e Picone, quello dove si nota la considerevole spesa produttiva e una maggior cura dei dettagli e di tutta l’impalcatura che sta dietro e davanti il mondo di smorfie costruito dalla loro comicità. Difatti, sebbene alcune gag mostrino spesso la corda, è proprio tutto il contesto all’interno del quale vengono inserite che stupisce a più riprese, da una Giudea ricostruita in maniera incredibilmente credibile a un cast di personaggi secondari molto assortito e azzeccato (su tutti il Re Erode di impostazione teatrale restituito dall’impeccabile Massimo Popolizio), con la fotografia di Daniele Ciprì a restituire un’immagine dell’anno Zero molto accomodante e mai respingente, insomma da perfetto film per le feste.
Il pretesto, tra i più semplici, va poi a inserirsi in maniera lineare entro i confini della tradizione italiana dei viaggi nel tempo, ovvero quella che si rifà al classico Non ci resta che piangere, dove i protagonisti si ritrovano in un’altra epoca per pura magia o, in questo caso, per un progetto divino ben specifico. Ed è qui che il sottotesto politico suggerito per tutta la narrazione prende il sopravvento in un ultimo atto in grado di irrompere in punta di piedi nel cuore del pubblico italiano; perché la vera figura da convertire, come spesso accade nelle buone novelle, non è quella dello stolto miscredente che alla fine si converte (Ficarra), ma quella di chi crede di avere la verità in tasca e l’esclusiva sulla bontà (il prete di Picone nella sequenza dello scambio di identità), che al termine di un percorso di maturità accetta lo sguardo altrui e mette in discussione i propri dogmi religiosi. Sebbene spoglio di quella potenza anarchica che contraddistingueva la pellicola del duo Benigni-Troisi, ne Il primo Natale, ancora una volta, Ficarra e Picone dimostrano una precisa conoscenza del proprio pubblico di riferimento e di quello italiano in generale, e non sarebbe affatto una sorpresa se si rivelasse il vero successo di questa stagione natalizia (chissà se supererà i 10 milioni de L’ora legale), ovviamente un vero colpaccio in attesa dell’uscita del vero fenomeno comico degli ultimi anni, quel Checco Zalone che a capodanno tornerà in sala con l’atteso Tolo Tolo.
Amazon
