Recensioni

6.8

Al netto di ciò che i due condividono riguardo ad alcuni discorsi legati a Sonic Warfare, a Kode9, ciò che è sempre piaciuto di Fatima Al Qadiri, è l’approccio a una delle sue materie preferite, il grime, o meglio ancora la sua deriva asiatica nota come sinogrime (vedi minimix del 2005). Fatima da qualche anno sfrutta l’immaginario urbano del genere a cui fu introdotta da J Cush, ai fini di un’analisi estetica e sociologica diciamo ambientale e post-Far Side Virtual che ben si è sposata all’artwork dei suoi dischi e a quello di label del suo intorno come Fade To Mind/Night Slugs. Il suo è un sound che si è sempre servito tanto di differenti soluzioni dance, quanto dell’immaginario stradaiolo nato in parallelo al dubstep, ingredienti che sono stati traslati su un piano talmente iper-real da diventare sintetico, a zero campionamenti (o quasi) e perciò legato ad un concept artistico di base, che qui è la distinzione/emancipazione dal giro dei Brits che va dal Boxed di Logos, Mr. Mitch e co., alla Different Circles di ancora Logos e Mumdance, dai ragazzi di Oil Gang ai nuovi paladini del genere come Murlo (con il quale la Nostra condivide l’estetica delle copertine) e Wen, gente che a diversi livelli ha pur sempre lavorato per beat, tunes e bars, e non tanto sul concettuale.

La musica di Asiatisch ruotava attorno alle fantasie di una Cina mai visitata dall’angolazione di un occidente super mediato, e dunque svuotato, o meglio, “risolto” in una complessità di differenti media, mentre il proposito di Brute è mettere in scena le tensioni e la violenza provocate da (e cito Tarantino) quel frustrato senso di supremazia bianca che sembra a tutt’oggi risultare ben radicato in certe istituzioni americane, in primis le forze dell’ordine. Lo sguardo di Fatima parte da qui, da una frase che suona come un epitaffio come You are no longer peacefully assembled, per allargarsi agli scontri e alle proteste in USA (Philadelphia, Ferguson, Baltimora) e in tutto il mondo e alle nuove tecnologie usate per sedarle (vedi il suono di un Long Range Acoustic Device dell’opener Endzone), e questi concetti sembrano ben riassunti dalla copertina del disco, una revisione digitale da parte di Babak Radboy di Po Po, scultura dell’amico Josh Kline presentata a New York lo scorso anno (in sostanza, un Teletubbie vestito da SWAT) e accompagnata da una colonna sonora – una versione dell’inno americano – fornita dalla stessa Al Qadiri.

È cambiato lo scenario ma non gli strumenti per rappresentarlo, dato che l’impianto arrangiativo della producer, pur con found sound e voices attrezzate ad hoc (sirene, allarmi, scoppi in lontananza, parlati estrapolati da interventi televisivi) è rimasto identico, sinogrime di rimbalzo, synth gregoriani e arrangiamenti in minore compresi. Rispetto ai recenti lavori di M.E.S.H e Rabit, anch’essi esplicitamente ispirati da scontri armati e manipolazioni mediatiche, Fatima immagina i nuovi scenari con la consueta aplomb e trasparenza, ovvero lasciando che uno o due refrain ai synth governino l’arrangiamento con eventuali effetti e felpati step apparecchiati a contorno. Rispetto a Asiatisch, anche al netto dell’effetto sorpresa che qui definitivamente viene a cadere, Brute risulta meno efficace nel momento in cui trascura il lato compositivo per assecondare quello concettuale. La Al Qadiri si è sempre mossa bene giocando in sottrazione, delimitando lo spazio e cercando di utilizzare le giuste risorse e fascinazioni per far quadrare le sue cattedrali di vetro, strade e specchi (vedi anche la precedente incarnazione witch house Ayshay). Non è proprio una artista concettuale alla maniera di Oneohtrix Point Never e la sua musica ha bisogno di note, arrangiamento e trasporto (in senso classico) alla stregua del portato estetico, ideologico che le guida. Power, il brano posto in chiusura, è il più politico in scaletta, e per il motivo più ovvio: riproduce uno speach di denuncia (contro la polizia di New York?) e risulta il più efficace per il portato dell’arrangiamento, il fluire delle note sui controllati refrain minimalisti che si sviluppano sotto una trama unificante pennellata di note basse al synth.

Pur osservato con il consueto rigore e distacco, Asiatisch rappresentava un concetto più potente ma anche più plastico e duttile, che garantiva all’artista gradi di libertà e a chi ascoltava differenti interpretazioni. Giocata su una palette di colori nell’intorno del viola, l’idea di Brute(ality) e di scontro globale osservato come sempre attraverso il digitale, il mediatico e i videogame, trasmette sicuramente tutti i gradienti di desolazione e sofferenza anomica del mondo, ma non si traduce in un disco musicalmente altrettanto valido. In pratica, quest’album suscita le stesse perplessità legate anche al disco dell’amico di lei Visionist, due artisti dal talento evidente ma che non sono riusciti a trovare le quadre ottimali all’interno della propria azione artistica.

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