Recensioni

I Father Murphy tornano a Parma dopo quasi un lustro. Quella volta fu il glorioso Veronika Club, oggi la Factòry, a ridosso di ViaPasubioTre, polo per natura culturale, per indole modaiolo, per necessità giovane, per ispirazione indefinibile. Ad aprire i Luciferi, band parmigiana che sputa senza ritegno vagonate noise rock senza voce, figurarsi il contegno. Da segnalare l’ottima e conclusiva Strange Sense Of Violence, lenta e rabbiosa come una malattia venerea trasmessa dai Sonic Youth. Violentemente acerbi.

E poi ha inizio la messa, di quelle nere, di quelle di cui ci si annebbia. L’inizio è difficile, senza colori, i Father Murphy faticano a calarsi nella dimensione che intendono ricreare, devastante su disco (vedi l’ottimo Anyway Your Children Will Deny It, osannato un po’ ovunque) e ancor di più s’immagina nella vita reale. L’iniziale How We Ended Up With Fellings Of Guilt è uno schiaffo freddo che lascia intuire – tra risvolti lenti e meccanici come se fosse domenica, come se fosse un rosario al tramonto – il filo nero che accompagnerà l’intero set, ovviamente concentrato sui chiaroscuri dell’ultimo album. Ascesa e caduta, destino macabro di tutti, dunque. E una lenta lenta risalita, tra improvvisi cambi di direzione e stasi mai dome, mai colorate. It’s Funny, It Is Restful, Both Came Quickly è un assalto sonoro inconsulto dove tutto trema, tra pause improvvise e foreste quotidiane, tra fiumi di organi musicali e umani. La pelle dei presenti rabbrividisce con In The Food With The Flood a rappresentare il respiro e l’apice come tradizione vuole, una risalita ambient in mezzo al guado che sancisce il rapimento dei sensi per gli adepti, smarrimento e sorpresa per tutti gli altri.

L’apice della storia si diceva, e come poteva essere altrimenti, tra le cascate arpeggiate di una conclusione che assume i contorni di una litania, di un lamento alla lunga familiare, come ripetuto, e così sottopelle quasi emergono sottili ricami chitarristici, i primi dell’intera serata. Infine In Praise Of Your Doubts, ovvero un violino che s’incrocia in un gioco di accuse, alternate, consapevoli e dipendenti: una colla a rinchiudere tutti i suoni, tutte le parole, gli occhi chiusi e giù a scorticare gli strumenti e le voci affilate di tutti e tre. Un amalgama sonoro anoressico e devastante, a richiamare altre dimensioni, tutte dentro i presenti a sentire le urla finali, vai a sapere se di entusiasmo o di dolore. I Father Murphy rappresentano il lato oscuro della musica, devastato e imprevedibile: è la forza, la violenza della rassegnazione. Pochi altri, come loro, in Italia e dal vivo, ora.

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