Recensioni

3.5

Ah, la cara vecchia hype! Anche questo, forse, un concetto che sta passando di moda. Sarà forse per le fregature prese a ripetizione (sapete, no, quella vecchia storia del “al lupo! al lupo!”?) oppure perché con le modalità di consumo della musica di oggi semplicemente non è più uno strumento così efficace come una volta. Più facile diventare virali che popolari, e quello nessuna hype te lo può garantire. Eppure, ogni tanto succede ancora. In genere con gli esordi di band che i comunicati stampa ci informano doviziosamente aver “sconvolto i club londinesi negli ultimi mesi”, che usano un sacco di “fuck” nelle loro canzoni e che si presentano come i nuovi salvatori (del rock’n’roll, del punk, dell’elettronica, di quello che vi pare).

Nel caso dei Fat Dog i requisiti ci sono tutti, e il quartetto di South London si propone come la prossima next big thing (altra formuletta vintage) nel panorama alternativo britannico. L’album di esordio WOOF. giustifica il tam-tam (o, se ci passate l’ignobile calembour, il can-can) mediatico che sembra pronto a scatenarsi su di loro? Disgraziatamente no. Lo diciamo subito così evitiamo giri di parole. Se è solo la botta che si cerca, queste nove canzoni sostanzialmente indistinguibili tra loro possono essere utili. Occhio all’emicrania da hangover, però. D’altra parte, se ciò che interessa è la scrittura di brani in grado di farsi ricordare, e magari qualche idea non diciamo originale (siamo nel 2024, nessuno inventa più niente ecc ecc, lo sappiamo) ma almeno non ancora prosciugate fino all’esaurimento da altre centinaia di band, passate serenamente oltre.

Il bravo critico a questo punto dovrebbe spiegare che genere fanno i Fat Dog, ma non è facile. Non perché sia difficile da definire, ma per la ragione opposta. Si tratta di un mashup di cose perfettamente riconoscibili accrocchiate insieme senza coerenza logica ma neppure guizzi creativi. Un catalogo Ikea di tutto ciò che è anche solo vagamente associabile alla macro-area “post punk” contemporanea (una contemporaneità che dura da più o meno venticinque anni), con sconfinamenti in electro sound di grana grossissima considerando che i synth qui contano infinitamente più delle chitarre (e di un sax che starnazza a caso ogni tanto).

Il cantato qui e là ricorda inevitabilmente i Fontaines D.C. o gli shame (in Running e Closer to God per esempio), i ritmi serrati gli LCD Soundsystem (Wither, forse l’unico pezzo che rimane in mente alla fine), le pretenziose tortuosità fini a se stesse roba come i Gilla Band. E poi basta chiedere. Prodigy? Hot Chip? Underworld? Viagra Boys? Sigue Sigue Sputnik (sì, avete letto bene: sentite l’attacco di King of the Slugs, che come se non bastasse affonda poi in ritmi klezmer per i quali ci vuole uno stomaco di amianto)? C’è tutto.

L’abisso lo si raggiunge nell’orripilante Clowns, che vorrebbe essere una ballata affogata nell’autotune e invece…beh, è una ballata affogata nell’autotune, che altro si deve aggiungere per dare l’idea dell’orrore. I comunicati stampa di cui sopra ci informano anche che i Fat Dog hanno testi che raccontano lo squallore urbano, l’ultraviolenza, la rabbia, la decadenza. Tranquilli, li abbiamo ascoltati: sono le solite cazzate messe assieme per giustificare la presenza di un vocalist. Quindi, tornando all’hype, cosa ci racconta WOOF.? Due cose, sostanzialmente. La prima è che sono tremendi. La seconda è che probabilmente avranno successo.

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