Recensioni

I Fargas capitanati da Luca Spaggiari tornano dopo il buon Galera del 2014 con queste 11 tracce di Lei ha una pistola. Tornano con la loro collaudata proposta in bilico tra ballad e rock, con le loro coordinate geografiche tra States e Italia, temporali a cavallo tra ’70 e ’80, politiche tra austerità e liberismo. Vien da dire nulla di nuovo all’orizzonte. Ma questi bravi ragazzi hanno dalla loro un sound senza fronzoli, che spara dritto al bersaglio, e testi che veicolano di più rispetto a prima, meno introversi insomma. Messaggi sociali con forme e pensieri da individuo con bussola mezza rotta alla mano. Spaggiari non si supera, fa il suo, tira la lima come un operaio della FIAT. Vorrebbe fare di più ma sa di non farcela, sa di splafonare. E va bene così. La poesia che ci mette è portatrice sana di sincerità, di senso del tempo che viviamo, di equità delle cose. Ci urla in faccia che i fatti così come li leggiamo oggi non vanno bene, lui che mette sul ring un dio che non ha forme e un mare che è un invito ad andare, come dice in A lungo: «avresti voluto a lungo che la lotta di classe non mi appartenesse, ma c’era di mezzo il mare».
Tutto questo rappresenta forse ansie e desideri di un Occidente in declino o semplicemente il pieno di rabbia che non vuole più tirare a campare? La gente è stanca e ha bisogno di mare. Mare che torna a visitare i sogni di Luca in Ore 8: «oltre le rotaie c’è il mare…lontano dalla guerra e dalle banche c’è il mare». Spunta poi un pescatore in Ossigeno e la città di Messina coi suoi temporali e cappelli di maestrale in Ricompensa. Il mare come mistica per tutti. Un modo per volersi bene, un modo di essere? No, i Fargas non sono dei disertori come in quella stagione da Festivalbar dove si pensava di poter nascondere la realtà a colpi di TV Sorrisi e Canzoni e aria pulita da dare a Milano. Forti di una poetica anarchica, i testi seguono una traiettoria che abbiamo imparato ad ascoltare e per quanto ci riguarda ad apprezzare. Qui l’energia nichilista si spende nell’intimo, senza accartocciarsi sul piano inclinato dello spleen. Assimilati i registri più noti che il gruppo si porta in dote, inizia una catabasi di Luca fra le spiagge dei suoi ricordi, fra i mille cantoni delle sue polaroid (E ci rimase male), seguito spesso da un basso che non lo molla mai. E dall’ermetica (Armatore) che in passato nereggiava troppo spesso fra i brani, ci si avvicina alla semplicità. Scrostando le impurità, levigando e levigando un brano alla volta, una strofa alla volta. Sono le ballate che meglio riescono (Ossigeno, Ricompensa, Ultimo ballo sulla luna), con rime puntuali che fanno il bagno nelle allegorie. Trascinante e azzeccato poi il punk rock di Distanze, che ricorda leggermente i Diaframma, e la favola western di Re. Last but not least, il pezzo più bello del disco, Vacuità: qui Luca ha un piglio che sembra un incrocio tra Warren Zevon e Federico Fiumani, il testo ha tutti i presupposti per essere un tormentone nei cuori degli incazzati di oggi, e merita una sua completa riproduzione: «La potenza di una lirica scomposta, la paura dell’Europa settentrionale, il medio oriente indossa i tuoi ricordi difficili da collocare, una casa in cui non dover tornare, una voce da rincontrare, fa freddo qui a Berlino, troppo freddo da non poter capire, la noia di un adagio di Albinoni in una stanza senza luna, la conquista della vacuità, vacuità che da oggi non fa più paura»
In queste battute finali c’è un inizio e una fine: i palchi scalcagnati come quelli patinati, la percezione delle paure in studio, il risentirsi volta per volta, le bigie giornate di fiacca dove non riuscire e la luce corroborante che ti prende fino a farti sobbalzare, e infine il closing dopo ore e ore passate a registrare. Ma poi anche la speranza di essere solo all’inizio di una lunga storia che prima o poi fa scollinare il furgone, che riparte sgommando.
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