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8.5

Quando tutte le band che nascono a metà anni ’60 cercano nomi quanto più originali e iconoclasti possibili, a Leicester cinque giovani musicisti si cuciono addosso il nome più retorico che ci sia, vero simbolo della tradizione e roccaforte della restaurazione dei costumi sociali: Family. Una sigla che suonava quasi una presa in giro al pubblico, nel momento in cui ti mettevi ad ascoltare la loro infiammabile miscela musicale.

Le radici dei Family affondano in un gruppo soul dei primi anni ’60, James King and the Farinas, composti dal vocalist che dà il nome alla band, dal bassista Tim Kirchin, da Harry Ovenall alla batteria e Charlie Whitney alla chitarra. Diventati semplicemente The Farinas, dopo avere aperto a Londra per band come The Pretty Things e The Graham Bond Organisation, i Farinas registrano You’d Better Stop/I Like It Like That, loro primo e ultimo singolo pubblicato nell’agosto del 1964. Nel 1965 Tim Kirchin si sposa e lascia la band cedendo il posto a Ric Grech, che era stato primo violino della Leicester Youth Symphony Orchestra e aveva appreso i rudimenti della chitarra da Martin Osborne, leader dei Barkely Squares, band frequentata da Grech prima degli Exciters, il cui cantante era tale Roger Chapman. Che inizialmente fa parte dei Danny Storm and the Stroller, ma dopo un tour in Germania si ricongiunge al vecchio amico Ric entrando a fare parte dei Farinas. È il 1966, e a quel punto il quintetto vanta già quattro/quinti dei Family del LP di esordio. In ottobre la band fa un doppio repentino salto anagrafico: da The Farinas a The Roaring Sixties, e poco oltre, al definitivo Family.

Il 6 ottobre la band debutta dal vivo all’Oasis Club di Manchester, e il 22 è già nella famosa “tana” dei Beatles, il Cavern di Liverpool. In dicembre i Family sono al fianco degli Who sul palco del Midnight a Birmingham. Un anno dopo, sulla base delle ottime prove dal vivo, il quintetto si guadagna il primo contratto discografico con l’etichetta Liberty. I ragazzi già al primo tentativo, il singolo Scene Through The Eye Of A Lens/Gypsy Woman, offrono una prova convincente: il brano sul lato A dimostra personalità e contiene i prodromi di un suono cui manca davvero un nonnulla per essere considerato già fatto e finito. La voce roca di Chapman è già un marchio inconfondibile. Il singolo esce il 13 ottobre 1967, poco dopo l’addio del batterista Harry Ovenall che viene sostituito da Rob Townsend. Dopo il fallimentare esito del vinile di esordio i Family passano alla Reprise e prendono a registrare i brani per l’album di debutto. Inizialmente in cabina di regia c’è Jimmy Miller, che a lavori iniziati passa a “dirigere” i Rolling Stones di Beggars Banquet. Il posto lo lascia a Dave Mason, che aggiunge un tocco di mellotron e una supervisione atta a stimolare i cinque musicisti a dare il meglio. Il risultato è un esordio coi fiocchi. Music In A Doll’s House raccoglie in meno di 40 minuti ben 18 pezzi, il più lungo dei quali, Old Songs New Songs, che diverrà il titolo della prima raccolta della band (1971), supera di poco i quattro giri del cronometro. Si potrebbe avanzare la tesi del disco frammentario, ma si tratta di un campionario di ipotesi sonore che rappresenta la quantità di frecce all’arco dei Family, tante che è quasi impossibile relegare la band in un recinto. Insomma, la prerogativa del migliore prog rock. I Family però non sfoggiano manie di protagonismo e si mettono a disposizione della musica. La dimostrazione di tecnica la lasciano agli Yes, le elucubrazione da brainiacs ai King Crimson, la sperimentazione al limite della coscienza a Pink Floyd e Soft Machine. I cinque di Leicester pensano a mettere insieme note e parole per confezionare una manciata di perle che seppur di colore e dimensioni diverse, di differente caratura le une dalle altre, servono a confezionare una collana che sul mercato ha valore e trova estimatori, e non potrebbe essere altrimenti.

All’interno di Music In A Doll’s House ci sono blues, rock, soul e folk in parti diverse, presi a morsi e rimasticati, forse non completamente stravolti ma resi qualcosa di unico attraverso la voce altrettanto unica della band. E soprattutto, in fatto di voce, per mezzo di ciò che è in grado di fare Roger Chapman: chi altri può vantare un frontman di quella portata nel 1968? I Family mostrano anche rare doti di anticipazione: il combat folk di future band come i Levellers, ad esempio, (nel brano Piece Of Mind), un uso del tutto singolare di una corposa sezione di fiati (Old Songs New Songs), una delle primissime – se non la prima? – ghost track su disco che tende a mettere in ansia God Save The Queen. Pubblicato il 19 luglio del 1968 nella doppia versione mono e stereo, l’album ha una buona accoglienza, e grazie alla spinta di John Peel che si è innamorato della band si piazza al n° 35 delle classifiche UK. Arrivano le esibizioni nelle hall e nel circuito dei college londinesi. Fino a un concerto gratis a Hyde Park, il 24 agosto 1969, insieme a Ten Years After, Fleetwood Mac e Fairport Convention.

Nel frattempo i cinque non smettono di comporre, e a soli tre mesi dall’uscita di Music In A Doll’s House lanciano il singolo Second Generation Woman/Hometown, il cui lato A è una canzone scritta da Ric Grech che apre il lato B di Family Entertainment. Il secondo disco dei Family fu completato frettolosamente, come dichiarerà Charlie Withney a una rivista tedesca: «Il nostro manager, John Gilbert, voleva Glyn Johns come tecnico del suono; inoltre a Gilbert non piaceva Dave Mason, così producemmo con Glyn. Dopo le registrazioni noi andammo in Scozia e Gilbert a Roma. Quando tornammo John ci mostrò gli acetati: aveva mixato il disco in nostra assenza!». I Family ovviamente non si dimostrarono contenti né di ciò che sentirono né dell’ordine nel quale le canzoni compaiono sul vinile. Non è la prima volta che accade che tra produttore e artista non ci sia sintonia, e non sarà l’ultima. I casi eclatanti nel corso degli anni sono stati molteplici: il primo che mi viene in mente è Skylarking degli XTC, datato 1986 e risultato della totale incapacità di sopportarsi di band e produttore, al punto che, come accaduto tra Family e Gilbert, il geniale Todd Rundgren completò il disco quando gli XTC erano già tornati in patria, sbattendosi alle spalle la porta dello studio di registrazione. E proprio come nel caso di Skylarking, Entertainment è un disco di prima classe.

Frizioni e pressioni a volte aiutano a dare il meglio. Prendete la The Weaver’s Answer che inaugura l’album, il cui testo fu scritto da Chapman nei ritagli di tempo che avanzavano tra un concerto e l’altro. Da Music In A Doll’s House a Entertainment sono trascorsi solo pochi mesi, e in realtà – a differenza di ciò che avviene per altre band: per esempio i Genesis tra 1969 e 1970 – tra i due dischi non c’è una differenza abissale, né di scrittura né di perizia tecnica. Ciò che cambia realmente è la capacità di focalizzare le idee, di riuscire a mettere da parte uno spunto – benché buono – per cesellare il meglio che già si ha a disposizione. Music In A Doll’s House è ridondante e brulicante di spunti, abbozzi, schizzi; Entertainment punta su una quantità di brani che è (quasi) la metà: ma si tratta di canzoni che convincono tutti, al punto che non vale la pena guardarsi indietro e pensare che si potevano fare meglio. Nonostante i nastri missati senza il consenso della band.

Entertainment non è meno variegato e sorprendente del disco di esordio. Ci sono acquerelli dominati da un’anima acustica come Observation From A Hill e brani incandescenti come la Hung Up Down che segue; la strumentale Summer ’67 che, scandita da violino, tablas e sitar, si tinge di quella India della ricerca di se stessi che andava di moda all’epoca (vedi i Beatles), e all’opposto – anche geograficamente – il country & western di Dim. E ancora più sorprendentemente ecco arrivare l’opposto (la Cina comunista) dell’opposto (USA) appena citato: How-Hi-The-Li, scritta da Rich Grech, è una canzone di protesta che cita esplicitamente Cho En Li – se preferite Zhou Enlai, fondatore del Partito Popolare Cinese – e si scaglia contro il vuoto cosmico del politichese, lingua ufficiale degli statisti: «Vogliamo solo rompere la catena che imprigiona la società / Rimettere la gente sulla strada per la realtà / Vogliamo solo accendere il mondo intero / E fare iniziare i politici a parlare
cercando di essere chiari / a coloro che non riconoscono / i sintomi della diarrea verbale / E ai ministri di stato / che predicano le loro parole di odio / suggeriamo che cambino la loro religione prima che sia troppo tardi».

Musicalmente parlando How-Hi-The-Li merita un discorso più articolato: si staglia sul resto del disco perché permeata da una cospicua vena nostalgica. Anche quando il brano gonfia, aumentando di velocità e gettando in campo energia, resta comunque incapsulato in questo compartimento stagno percorso da un grigio rimuginare. Non è un caso che la voce di Chapman sia quasi irriconoscibile, modulata con cautela, quasi carezzevole, conferendo alla canzone un fascino unico. Gli amanti dei Van Der Graaf Generator dovrebbero ascoltare con attenzione quanto fatto da Jim King al sax – soprattutto – e da Charlie Withney all’organo: potrebbero scoprire cose che i loro beniamini inseriranno nelle migliori produzioni del 1970 e 1971. Di Second Generation Woman, quasi hard rock, abbiamo già parlato. Restano da citare la straordinaria flessibilità tutta progressive di From Past Archives; il volume dimesso di Processions, ma soprattutto la solennità luminosa di Face In The Cloud, altro diamante purissimo firmato da Rich Grech. Chiude il disco, ripristinando il volume al pari della impetuosa granulosità di Chapman, Emotions.

Pubblicato nel marzo del 1969 con una copertina che fa il verso a Strange Days dei Doors (1967), Family Entertainment fa meglio di Music In A Doll’s House, arrivando fino al numero 6 delle classifiche UK: i Family quella settimana, dal 5° al 1° posto hanno davanti la colonna sonora di Tutti insieme appassionatamente, The Best Of Seeker (Seeker), Engelbert (Engelbert Hunperdinck), Diana Ross And The Supremes Join The Temptations (Diana Ross And The Supremes) e infine i Cream di Goodbye. Dopodiché la band per promuovere il disco si imbarca in un tour americano della durata di otto settimane. Sarà l’inizio di un veloce declino. Rich Grech – come fatto da Greg Lake in tour coi King Crimson ma di fatto in parola per formare EL&P – è con la band ma ha già trovato un accordo con Steve Winwood per mettersi al servizio dei Blind Faith, che sono in cantiere. Mentre in autunno arriverà la estromissione di Jim King per comportamento poco professionale. Ma anche il tour negli States sarà foriero di intralci da cui la band non si riprenderà, più che di avvenimenti favorevoli (la leggenda mai acclarata vuole che fu il potente promoter Bill Graham a metterli fuori gioco).

Comunque sia, i Family con i primi due dischi, e in particolare con Family Entertainment, alla fine dei 60s si ritagliano un posto da assoluti protagonisti della scena rock più irregolare. Non tanto in termini numerici, ma per meriti artistici. Hanno innanzitutto il merito di avere una doppia voce inconfondibile: sia come band sia come vocalist. Uno come “Chappo” non lo si sentirà (e vedrà) almeno fino alla maturazione di Joe Cocker. E la band, pur non annoverando prime stelle – di quelle, per intenderci, che finivano nella Top Ten dei Pop Poll dei magazine musicali – faceva affidamento sui classici cinque elementi capaci di rendere (scrivere ed eseguire musica) con risultato superiore alla somma delle parti.

Family Entertainment è un disco più maturo e artisticamente superiore alla maggioranza dei lavori espressi da coloro che nel giro di un paio di anni prenderanno il volo lasciandosi alle spalle la pattuglia di “Chappo” e Whitney. Yes, Jethro Tull, Genesis, Van Der Graaf Generator, ci metteranno di più a mettere a punto la loro macchina e a farla rombare a pieni giri. Li sopravanzano i King Crimson e i Pink Floyd, che sono più rodati. Il disco meriterebbe maggiore riconoscimento – soprattutto oggi, dopo la prova del tempo – e la band dovrebbe stare tra i nomi che hanno detto qualcosa di importante tra prog rock e rock, qualunque cosa questi aggettivi vogliano dire.

Probabilmente i Family non rientrano tra i nomi più citati dai progsters perché rinunciano alla loro naturale ecletticità sul più bello, perché non hanno un tastierista al centro della loro musica (su Entertainment si ringrazia Nicky Hopkins ma non si sa per cosa), e perché hanno sempre prediletto il racconto breve al romanzo. Troppo spesso, però, la gente scorda che nella forma breve – letteratura o altro – ogni parola – o nota –, ogni segno di interpunzione, ha necessità di esistere: in tale forma d’arte nulla è superfluo ma fondamentale. Come fondamentale è Entertainment, in ogni brano: per una seria comprensione del progressive rock, dalle sue origini ai giorni di massimo splendore.

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