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Un cantautorato che non appartiene a nessuna nazione, ma si nutre di radici profonde. È in questo territorio apolide eppure viscerale che si muove da sempre Fabrizio Cammarata, songwriter palermitano con un’anima da viaggiatore globale. La sua musica è un folk meticcio, che ha assorbito lezioni da mondi lontani, da Chavela Vargas a Damien Rice, e parla una lingua plurale: inglese, italiano, spagnolo e, soprattutto, siciliano. Un percorso artistico nomade, costruito lontano dai riflettori convenzionali, che lo ha reso una delle voci più autentiche e internazionali della sua generazione.

Con Insularities, questo percorso raggiunge una sintesi potente. L’album esplora il concetto di isola non come confine geografico, ma come metafora dell’identità: un arcipelago interiore, frammentato e complesso, fatto di memorie, traumi e desideri. La produzione, affidata a Dani Castelar (Paolo Nutini) e Roberto Cammarata, asseconda questa visione con un suono atmosferico, dove chitarre acustiche convivono con delicate tessiture elettroniche e improvvisi squarci orchestrali.

Il disco si radica in un canto quasi rituale (Asanta), che funge da portale per un’esplorazione delle voci interiori. Da lì, gli archetipi del padre (Icarus), del bambino (Come What May) e del femminile (The Woman In Me, impreziosita dalla collaborazione con Casadilego) dialogano in un flusso coeso. Il punto di forza dell’opera è la sua radicale vulnerabilità. Cammarata mette a nudo le sue fragilità con una scrittura matura e una voce che abita e riempie ogni parola, senza mai cedere alla retorica.

L’album si chiude con la struggente The End Of Me Can Be Your Start, un commiato essenziale, voce e chitarra, che racchiude il senso di un lavoro profondo e onesto. Insularities è un’opera che richiede ascolto e abbandono, un autoritratto coraggioso che riconferma Cammarata come un cartografo di geografie emotive rare e preziose.

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