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Nonostante sia stato fin dagli inizi una delle colonne portanti degli Skiantos (e da metà anni ’80 in poi uno dei due pilastri del gruppo), Fabio Testoni alias Dandy Bestia non era mai uscito particolarmente allo scoperto – un po’ per il ruolo, un po’ per l’ingombrantissima presenza di Freak Antoni – limitandosi a pochissime voci guida (Gli italiani son felici) e al ruolo di musicista principale. La prima vera uscita c’era stata in occasione dell’uscita dal gruppo del cantante, quando Dandy disse che intendeva mandare avanti la band («canterò io»), e che per i testi si sarebbe fatto aiutare da Stefano “Sbarbo” Cavedoni, indimenticata ugola degli Skiantos fino al 1984. Era il segno di una voglia di continuare a fare musica nonostante le difficoltà che hanno sempre contrassegnato la carriera del gruppo (delle quali l’abbandono del cantante era solo l’ennesima), ma l’idea non è poi andata avanti: di lì a poco Freak Antoni è morto, e il gruppo si è esibito per lo più con ospiti per celebrarne la memoria.

Qualche frutto di quell’annuncio si vede ora, nell’esordio in proprio del chitarrista: un paio di testi portano infatti proprio la firma di Cavedoni, un altro di Freak Antoni, la maggior parte di Marina Gervasio, e solo uno, a conferma che il Nostro è più uomo da riff che da rime, porta la sua. Aiutato dal batterista degli ultimi Skiantos, Gianluca “La Molla” Schiavon, da due coriste e da qualche contributo occasionale, Dandy presenta un disco di cantautorato rock che evita le banalità del genere e, come vuole la divinità romana del titolo, guarda ai suoi classici stilemi rock mentre tira fuori qualche aspetto della sua musa che nel gruppo era uscito poco (d’altronde, sia nel libro che sul disco ribadisce: «Ho provato a stare il più possibile lontano dagli Siantos e non ci sono riuscito del tutto»). Se infatti l’iniziale Sto bene è un boogie mid-tempo tipico del suo stile, fluente e arioso come la Testa di pazzo che apriva Dio ci deve delle spiegazioni (ultimo album a nome della band) e arricchito dagli assoli dello “Steve Rogers” Maurizio Solieri e Alex Britti (e primo dei due testi “sbarbi”), già la seconda Un uomo vecchio in una macchina nuova, unico testo scritto da Testoni, è un samba-rock melodicamente Jannacci al 100%. Il mix tra i due elementi è declinato più classicamente in Novembre, cui segue una ripresa con orchestra della canzone più filosofica degli Skiantos, la Io dentro che aveva come sottotitolo “citando Seneca”. È tipico rock demenziale Cappuccetto rosso (che non parla della favola, ma è un tour de force di metafore sul preservativo), come anche Speciale naturale (l’altro testo di Cavedoni); più “serie” sono l’utopia romantica della ballata L’isola felice e una Cuore che vaga in forma libera lungo i pensieri del testo su un «ritmo in quattro tempi» scandito dal batterista dei Gaznevada, Marco Dondini: forse la più interessante del lotto, prima che la chiusura di Storia furba torni – anche grazie al testo di Freak – su territori più Skiantos, musicalmente tra Karabignere bluesIo sono uno skianto.

Quest’ultimo è anche il titolo del libro scritto da Alessandra Ortolani e uscito più o meno in contemporanea con il disco. Nel testo l’autrice sceglie un registro che alterna la demenza a ruota libera (qua e là meno riuscita, ma il successo garantito non è mai stata una priorità del demenziale), perfettamente in linea con lo spirito della band del Nostro, e il racconto della parabola artistica di Dandy ripercorsa più per temi che cronologicamente, e con ampi contributi del chitarrista sia sotto forma di lunghi brani di intervista, sia nelle “Bathroom session” (ovvero capitoletti scritti direttamente da lui). Tra aneddoti storici, passaggi di puro delirio, passi ironicamente “manualistici”, racconti di un amore gucciniano per un’osteria vicino casa (l’Osteria del Sole, dove al nostro è stato intitolato il cortile interno), ampi brani dai testi degli Skiantos a rivendicare il pieno appoggio alla poetica dell’amico che li scriveva, passione per le chitarre, politica (Testoni è pur sempre uno che è stato adolescente/ventenne negli anni ’70 a Bologna) anche in forme originali, come nella lettera a Fidel Castro in cui gli chiede una data nell’isola spiegandogli come compone i riff e perché la sua musica – essendo d’avanguardia – va d’accordo con la rivoluzione barbuda, e altre varietà assortite, esce fuori un libro che ben ripercorre storia artistica e vita del Nostro, in modo a tratti divertente, a tratti profondo e altre volte, come succedeva per i migliori Skiantos, le due cose insieme, senza annoiare.

Un’operazione analoga, disco nuovo più antologia di contributi vari, è prevista a fine gennaio per Freak Antoni: non si riesce a separarli, a quanto pare.

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