Recensioni

C’era un tempo in cui la narrativa per adolescenti dava vita a storie immortali. Romanzi e film di formazione capaci di lasciare un segno intangibile nella pop culture e di parlare tanto ai coevi quanto ai ragazzi del futuro. C’è ancora, in realtà, perché non è vero che non esistono più prodotti dal valore artistico prezioso, ma nel marasma di film e serie sfornate dalle piattaforme streaming a rimetterci sempre sono quasi sempre loro, le opere dedicate ai giovanissimi. Specialmente quando si tratta di adattamenti. Il caso del Fabbricante di Lacrime, però, è ancor più particolare, perché la fonte da cui attinge è già di per sé il prodotto di un fenomeno che annichilisce e mortifica il genere. Ma andiamo per gradi.

Nica (Caterina Ferioli) è una ragazza di diciassette anni che vive in un orfanotrofio chiamato Grave, dove si raccontano da sempre delle storie. La più famosa è quella del fabbricante di lacrime, un misterioso artigiano dagli occhi azzurri, colpevole di aver forgiato tutte le paure e le angosce che abitano nel cuore degli uomini. Un giorno la ragazza viene finalmente adottata, ma insieme a lei viene preso anche Rigel, un ragazzo misterioso che la odia per motivi a lei sconosciuti interpretato da Biondo, pseudonimo di Simone Baldasseroni diventato famoso come cantante di Amici di Maria De Filippi (solo “Biondo”, tipo “Zendaya” ma senza il talento per la recitazione).

Alessandro Genovesi, regista di questo opera Netflix, ha raccontato che è stata sua figlia tredicenne a suggerirgli di fare un film sul Fabbricante di Lacrime. Il romanzo, infatti, ha spopolato tra gli adolescenti grazie al passaparola su TikTok, anzi, il BookTok, sotto comunità dell’app cinese in cui si discute di libri e letteratura. Si passa dai grandi classici a narrativa young adult, fantasy e romance che, tuttavia, non si distinguono per la loro qualità (parola di chi ci ha provato a seguire i consigli della comunità e ha smesso di leggere le opere in questione dopo le prime pagine). Il romanzo del Fabbricante di Lacrime non è da meno: parliamo di un best seller scritto dall’autrice italiana Erin Doom (nome d’arte), pubblicato prima su Wattpad e poi da Magazzini Salani. Wattpad è una delle più grandi piattaforme di fanfiction, un fenomeno che, a differenza di ciò che si possa pensare, non è nato con Internet ma si è sviluppato negli anni Sessanta con l’apparizione, su alcune fanzine, di racconti e romanzi ispirati a Star Trek che circolavano tra i fan.

Per chi è nato negli anni Novanta e ha bazzicato per un po’ nel mondo delle fanfiction, tra Efp, Ao3, Tumblr e forum vari, sa di che tipi di testi stiamo parlando: senza pretese, leggeri, con dinamiche e stilemi ricorrenti. Sia se parliamo di opere ispirati a personaggi di film e serie tv, sia se si tratta di storie completamente inventate. E va bene così: parliamo di opere senza scopo di lucro, scritta da gente giovanissima che può dar sfogo alla propria creatività in maniera anonima, una sorta di diario segreto romanzato in cui si ha l’approvazione di altri utenti, tutti nascosti dietro un nickname che richiama un fandom preciso. In un saggio sul tema (Enterpresing Women: television fandom and the creation of popular myth series in contemporary ethography, ahimé non disponibile in italiano), Camille Bacon – Smith spiega che le prime autrici di fanfiction erano donne casalinghe che, attraverso la scrittura, trovavano uno spazio sicuro in cui sperimentare una libertà sessuale ed emotiva che non provavano nella vita vera (uno dei primi titoli di fanfiction noti è Spockanalia. L’associazione vien da sé).

Tutto questo preambolo su Fabbricante di Lacrime serve non solo per spiegare meglio in che contesto nasce l’opera di Erin Doom, ma anche perché è difficile e dannoso tentare a tutti i costi cercare di lucrare su questi fenomeni. Perché Fabbricante di Lacrime non è la prima fanfiction a uscire dai confini di internet e finire sul mercato. Per citarvi un altro esempio: Cinquanta sfumature di grigio, che era una fanfiction ispirata a Twilight. Twilight, a sua volta, a lungo si è ipotizzato fosse in realtà una fanfiction sui My Chemical Romance. La lista in realtà è lunghissima, ma le opere di questo genere si assomigliano un po’ tutte: sono finiti, cioè, per essere degli Harmony rebrandizzati, scritto da gente non professionista, con storie che possono essere lette solo di notte nello scroll notturno e non essere prese sul serio, che non hanno insomma alcun valore letterario serio.

Sia l’adattamento che il libro non sono da meno, se non fosse che il film accentua ancor di più i cliché e le esagerazioni delle fanfiction. Un conto è leggerlo, un conto è vederlo interpretato su uno schermo da attori che, come se non bastasse, non sanno nemmeno recitare (non si vedeva una performance così dai tempi di The Lady). Sì, tutto nel film del Fabbricante di Lacrime è ridicolo, a cominciare dalle battute estrapolate dal libro riprese fedelmente. Così come è fedele l’atmosfera dark che vorrebbe tanto imitare Twilight (visto che siamo in tema) ma non ci riesce, neanche appiccicandoci su quella patina verde bluastro che almeno aveva un suo senso nella cittadina di Forks, “la città più piovosa degli Stati Uniti”, per citare Bella Swan. “Forse ci siamo spaccati in mille pezzi solo per incastrarci meglio”, “Io e lui eterni e inscindibili. Lui stella io cielo” sono solo alcune delle citazioni esilaranti (che a sentirle recitare però mettono imbarazzo). Lei, ragazza timida e strana, lui, ragazzo misterioso e dark. Lo sviluppo della trama vien da sé. Ci eravamo già passati con Tre metri sopra il cielo, con la differenza che Moccia non ha mai finto di essere ciò che non è. Adesso invece case editrici e case di produzione vogliono strappare le fanfiction dal posto in cui devono restare, consapevoli che avranno successo, ma mettendo sul mercato opere che mortificano il genere romance e young adult.

Non c’è molto altro da dire, in realtà. Il film è la copia di un prodotto imbarazzante, ne è la ricostruzione plastica. È forse la peggiore produzione italiana di Netflix di sempre, e in effetti a guardare la filmografia di Genovesi un po’ potevamo aspettarcelo (uno fra tutti: Puoi baciare lo sposo). Lui in effetti è un regista affezionato alla commedia, non si può dire non sia rimasto coerente a sé stesso dato l’effetto grottesco di alcune scene che fanno rimpiangere persino The Lady di Lory Del Santo. Ma, lo ripetiamo, non è totalmente colpa sua: la base è di per sé scarsa, e chiunque abbia deciso di farne una copia esatta (forse qualche piccolo miglioramento c’è) ha totalmente sbagliato.

Parlare male di questa pellicola è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, quindi tanto meglio utilizzare questo spazio per denunciare gli scout delle case editrici che ormai non leggono più manoscritti ma passano il loro tempo su TikTok. C’è un motivo se si chiamano adattamenti e neanche chi cerca di trasportare la lingua di Shakespeare in film come il Macbeth di Joel Coen riesce a farlo fedelmente, perché medium diversi richiedono linguaggi diversi.

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